Eppure l’unità del Pd è possibile

Referendum
Gianni Cuperlo e Matteo Renzi
ANSA/ALESSANDRO DI MEO

L’unica strada è modificare l’Italicum

Il confronto politico nel Pd in vista dell’ormai prossimo referendum costituzionale e’ entrato nel vivo e mai come questa volta, credo, e’ necessario perseguire e garantire una vera unita’ di tutto il partito.

Una unita’ che quasi si impone, sempreche’ si voglia evitare di incrinare l’immagine e la stessa “mission” politica del piu’ grande partito del centro sinistra italiano. Ora, buona parte di questa credibilita’ si gioca attorno a come verra’ gestita la vicenda del referendum costituzionale.

E’ persino ovvio ricordare 2 aspetti. La linea ufficiale del Pd e del suo gruppo dirigente e’ quella del Si’ alla riforma. Ma e’ altrettanto noto a tutti che nella base del partito, soprattutto nelle sue componenti di sinistra, la propensione per il No e’ alquanto presente e sentita. E questa e’ la semplice ragione che porta a dire a tutti che nel Pd c’e’ piena cittadinanza politica sia per i sostenitori del Si’ e sia per quelli del No.

Partendo da queste 2 ovvie considerazioni sufficientemente note a tutti coloro che frequentano/osservano le vicende politiche del Partito democratico, adesso si tratta di verificare concretamente se si vuol raggiungere il traguardo della prossima consultazione referendaria con il massimo di unita’ del Pd o se, invece, si punta a spaccare definitivamente il partito senza assumersi l’onere e l’incarico di ricercare la strada dell’unita’.

Unita’ che adesso puo’ passare solo ed esclusivamente attorno alla revisione dell’Italicum – cioe’ di una legge elettorale che oggi mettono in discussione anche buona parte di coloro che l’hanno votata con il ricorso alla fiducia in Parlamento – recuperando una disponibilita’ politica della sinistra Pd e, soprattutto, per essere compatti al prossimo appuntamento referendario.

Ma, e qui sta il punto politico vero, per raggiungere questo obiettivo – ormai a portata di mano – e’ indispensabile recuperare una caratteristica da sempre essenziale del Pd, e cioe’ quella di essere un partito “inclusivo”. Un partito, cioe’, che non punta ad assecondare il vecchio detto “meno siamo e meglio stiamo” ma che, al contrario, garantisce la sua natura “plurale” solo attraverso un forte coinvolgimento delle sue varie sensibilita’ culturali ed ideali. E non solo delle correnti personali, dei potentati locali o dei vari cartelli elettorali disseminati lungo tutta la periferia.

Un partito “inclusivo” oggi e’ in grado di ricomporre una frattura politica che e’ ormai sotto gli occhi di tutti. Una frattura, che sarebbe clamorosa in vista della prossima consultazione referendaria, che si puo’ superare solo attraverso una volonta’ politica decisa e coraggiosa del gruppo dirigente del Pd. E del suo segretario in modo particolare.

Del resto, non mancano le disponibilita’ concrete per perseguire questo obiettivo. A cominciare dal leader della sinistra Pd, Gianni Cuperlo e di quasi tutti gli esponenti riconducibili a quell’area politica, compreso lo stesso Bersani. Ecco perche’ siamo giunti ad un bivio: o il Pd si presenta unito al prossimo referendum attraverso una concreta iniziativa politica di ricomposizione di tutto il partito oppure si corre il serio rischio di presentarsi in ordine sparso con conseguenze politiche facilmente immaginabili. E’ questione, come sempre, di semplice volonta’ politica.

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