Enrico, sempre con gli ultimi

Berlinguer
Enrico Berlinguer durante una manifestazione, nel 1980, a Roma, a Piazza Navona. ANSA

Il segretario del Pci sentiva che il suo partito era esposto, perché aveva scelto una linea politica difficile: il compromesso storico e il governo di solidarietà nazionale con la Dc. Il suo assillo fu di mantenere unito quel patrimonio di energie, consensi e umanità

De Giovanni arriva alla conclusione, motivando in modo ricco, che Berlinguer è rimasto ben saldo dentro i confini dell’esperienza storica del mondo socialista realizzato. Ha svolto critiche, anche dure, ha indicato vie diverse per il Pci, ha affermato valori contrastanti rispetto alle basi stesse di quella società; tutto questo è vero ed è importante: ma non sufficiente a mettere in discussione la sua appartenenza a quel campo di forze, comuniste e anticapitaliste. Il segretario dei comunisti italiani avrebbe, dunque, tirato al massimo la corda dell’innovazione nell’ambito di una vicenda storica iniziata nel 1917, e inghiottita, in seguito, da un fallimento senza possibilità di replica. Questo passaggio di analisi, secondo me, va riflettuto meglio. Cosa è stato il ’17? Quell’evento, tutto quell’evento, è stato inghiottito dagli esiti catastrofici del suo sviluppo? Certamente, e per fortuna, è stato inghiottito il precoce termidoro della rivoluzione. La stabilizzazione della dittatura. La trasformazione dello stato d’eccezione in una spietata normalità. La pretesa di dominare la natura e le cose, fino alla “forgiatura” di una nuova umanità; la quale, se non accettava di assumere le forme volute dal potere, veniva “modellata” con le torture, le deportazioni, i processi e lo sterminio diffuso. Su questo ogni reticenza, oggi, che possiamo vedere tutto con occhio più limpido, sarebbe davvero imperdonabile. Ma tutto il ’17 è irrimediabilmente connesso con le sue tragiche conseguenze? E racchiuso lì dentro? Sembra a me difficile provarlo. Il ’17 ha avuto, e ha, anche vita a sé. È un lampo che ha illuminato il secolo, nel quale i sogni di milioni di miserabili, di offesi e un immenso deposito di dolori, di umiliazioni e sofferenze hanno fatto irruzione nella storia reale; l’hanno interrotta nel suo scorrere ordinario, con un atto tanto visionario quanto concreto; hanno detto al mondo di allora, e per sempre al mondo che sarebbe venuto dopo, che è possibile ribaltare i rapporti di forza tra chi sta sotto e chi sta sopra. In quel preciso momento, che va per certi aspetti isolato, quel lampo si è acceso nei cuori di miliardi di esseri umani e li ha sostenuti allora e nel corso della storia successiva, nelle loro lotte di liberazione umana; anche se essi sapevano ben poco o nulla dei soviet, del marxismo leninismo, o di come realmente si vivesse in Urss.

 

Il ’17 dunque appartiene a due dimensioni. Una lineare, nella quale l’evento è inserito nel susseguirsi degli avvenimenti in Unione Sovietica, con gli esiti che conosciamo; un’altra molto più articolata, lunga, mitica, sconnessa: che è la storia il cui inizio è difficile da individuare e la cui fine spero non avverrà mai, della speranza e del combattimento dei diseredati e degli offesi contro coloro che pretendono di dominarli. Sarebbe una storia da scrivere e che ha una sua continuità: da Spartacus alle rivolte contadine, dall’assalto ai forni al rifiuto operaio delle macchine industriali, dalla rivoluzione giacobina alla resistenza dei comunardi. In ogni epoca, nelle forme possibili, gli esseri umani hanno tentato il loro piccolo o grande assalto al cielo, che ha fatto girare la ruota della storia, accorciando le distanze tra la forza e la debolezza. Credo che Berlinguer intendesse non sradicarsi dal comunismo, in quanto esso rappresentava per lui la garanzia più sicura di non indebolire neppure un po’ la tensione politica, ideale, etica dell’impegno per gli ultimi.

La difesa di certe formulazioni, persino un po’ scolastiche, come nel comizio alla Festa dell’Unità di Genova nel 1978, nel quale affermò l’assoluta impossibilità per noi (del Pci) di diventare socialdemocratici, a me sembra più preoccupata a ribadire che la lotta non può accontentarsi di piccoli aggiustamenti migliorativi, ma deve intaccare i rapporti di potere e la qualità della democrazia; piuttosto che a richiamare dogmi ideologici, tanto più nella forma in cui l’Urss li aveva praticati, e che avevano suscitato in lui (vi sono tante testimonianze in questo senso) un sentimento di distacco, di fastidio, perfino di ironico disprezzo nei confronti del regime di Mosca e delle classi dirigenti che lo rappresentavano. Ciò non toglie che Berlinguer fosse ben consapevole in una visione geopolitica e su un altro piano del discorso, della necessità di un contrappeso nel mondo, rispetto al potere grande degli Stati Uniti e del blocco occidentale. Ma anche qui: misurando principalmente gli effetti oggettivamente positivi che esso rappresentava per la lotta democratica e di cambiamento in Italia. Insomma, l’equilibrio delle forze aveva garantito anche per il Pci maggiori spazi per l’iniziativa ed aveva frenato le forze più reazionarie, ben presenti nello stato italiano, sulla strada di una repressione sanguinaria e definitiva. Eppure, si noti la complessità e la finezza del pensiero, in presenza di questo equilibrio, Berlinguer affermò di sentirsi più sicuro sotto l’ombrello della Nato, per procedere sulla via democratica e italiana al socialismo, convinto che dentro il blocco sovietico la sua originale ricerca non avrebbe avuto né spazio, né speranza. Ho cercato di cogliere il nucleo più profondo, che a mio parere spinse il segretario a non superare certi confini. Non per conservazione ideologica, ma per prudenza politica: la paura di veder sfarinarsi la carica di combattimento del suo movimento in Italia, a fronte di una modernizzazione ambigua, invasiva, per molti aspetti insidiosa perché capace di penetrare nelle nostre fila e corrodere il nostro insediamento culturale e sociale. Sentiva il Pci esposto; probabilmente egli stesso avvertiva una difficoltà a comprendere la nuova fase dello sviluppo italiano; era stato testimone di cedimenti e opportunismi. E poi, altro fatto decisivo, aveva scelto una linea politica difficile: il compromesso storico e in seguito il governo di unità nazionale con la Dc, che non poco malessere suscitò a sinistra, soprattutto tra i giovani.

Il suo assillo fu quello di tenere orgogliosamente unito il patrimonio di energie, di consensi, di umanità autentica che, negli anni, si era riusciti ad accumulare. Tant’è che proprio quel discorso di Genova, a cui ho accennato, si svolse nel mezzo delle più ardue e spericolate manovre politiche del Pci, con un rapporto per certi aspetti di ingenua fiducia tra Berlinguer e la Dc. Il leader comunista sentiva, proprio in quel frangente, la necessità di rassicurare e di poggiare bene i piedi nella sua storia. Ma perché tutto ciò parla ancora a noi, così fortemente? Non è solo il rispetto verso una personalità integra, così rilevante, capace di spendersi fino all’ultimo. C’è qualcosa di politico che agisce ancora. È vero, Berlinguer non ebbe il coraggio di compiere un salto. Forse ci sarebbero state le condizioni in quell’anno 75-76, sulla spinta del consenso elettorale e di una linea del Psi generosa ed unitaria. Fu un limite, anche se va ricordato che dentro quel limite, Berlinguer alla sua morte lasciò integra la forza delle “truppe”. Stava ad altri giocarla negli anni a seguire fino ai giorni nostri, in modo diverso e più innovativo. E andrebbe fatto un bilancio di come è andata. Ma il nucleo che ci tocca ancora della sua leadership sta in quella fermissima determinazione nel porsi dal punto di vista dell’umanità più fragile e dolente e di recuperare per essa spazi di libertà. Questo ci parla ancora: possiamo definirci socialisti, socialdemocratici, riformisti, mediterranei o nord europei; innovatori o tradizionalisti, progressisti o di centro-sinistra: nulla di queste formulazioni ci dirà chi siamo, quanto il semplice fatto di continuare (con i nomi che riteniamo più opportuni e nelle forme e nei tempi che riterremo più adeguati) a lavorare per accorciare le distanze tra i primi e gli ultimi. Senza questo, la parola «sinistra» è una parola vuota. Naturalmente ciò comporta capire dov’è oggi la vera debolezza, il vero conflitto, il vero dolore, al di là di vecchi paradigmi, ormai morti. Ma questo è un altro discorso, tutto da fare.

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