Elogio dell’annuncite

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Sul governo di Matteo Renzi giudicherà la Storia, ma non c’è dubbio che dire tanto e combinare poco sarà sempre meglio di dire poco e combinare nulla

Sfogliando a ritroso la sezione notizie di Google, ci si accorge che il termine “annuncite” inizia a comparire in modo sistematico sui media italiani nel settembre 2014. A buttarla in pasto alla nostra classe giornalistica è Matteo Renzi, che nella conferenza stampa di presentazione del suo programma di governo chiama annuncite quella malattia “tipica di una parte del ceto politico”, prossima ad essere debellata da un nuovo metodo di rendicontazione pubblica di quanto effettivamente realizzato nell’arco dei successivi mille giorni di governo. Come era prevedibile – e, forse, previsto – i media italiani hanno fatto propria quell’espressione, rivoltandola contro il Presidente del Consiglio ad ogni sua successiva promessa. La connotazione negativa è evidente: l’annuncite viene presentata come l’ennesimo male della nostra democrazia. Al di là dell’ineleganza del termine, io credo invece che si tratti di un fenomeno positivo.

Partiamo da un assunto difficilmente negabile: la realtà non è sexy. Non viviamo nel migliore dei mondi possibili. Da qui la necessità per ogni buon politico di superare la cornice del presente, impegnando la propria immaginazione per disegnare un quadro più bello.

Nel farlo, occorre darsi scadenze brevi, serrate. Anche quando è evidente a tutti che non potranno essere rispettate – neanche nel migliore dei mondi possibili («Questo mese in aula la riforma costituzionale, a maggio la riforma della scuola e a giugno quella della giustizia!»). Pazienza e tempo sono beni scarsi e preziosissimi, a maggior ragione in politica. Il mondo va veloce ed è perduto non solo chi si ferma ma anche chi si dà obiettivi a scadenza troppo lunga. Ad ogni annuncio fatto (magari su Twitter, nel modo più disintermediato possibile) subito si alza un polverone di critiche più o meno circostanziate, a cui il coro dei simpatizzanti ribatte, propone la giusta esegesi, giustifica le intenzioni del leader. Si crea dibattito, si fa agenda, si crea un clima d’opinione.

Quindi basta un annuncio fatto al volo in 140 caratteri per considerare Renzi un leader innovatore? No, ovviamente. La rivoluzione sta nell’aver poi saputo portare in Parlamento quei tweet di annuncio. Il risultato finale non sarà – non può essere – identico al disegno preannunciato: il Senato sarà “solo” riformato anziché abolito e la stepchild adoption dovrà attendere ancora… Ma è la democrazia, bellezza! La politica è meravigliosa proprio perché riesce a plasmarsi nella realtà che la circonda.

La verità è che questo modo di governare sta producendo risultati concreti e inediti per la storia dell’Italia repubblicana. Tutto questo, peraltro, con camere dalla maggioranza abborracciata e gruppi parlamentari ben poco simpatizzanti. L’esercizio dell’annuncio è, in questo stile di governo, non solo funzionale ma indispensabile ai provvedimenti da attuare. Tanto quanto lo è il consenso permanente dell’elettorato. Un leader che annuncia progetti ambiziosi sarà sempre premiato rispetto a chi si limita alla gestione dell’ordinario, ma solo se gode della credibilità frutto delle cose già fatte.

Annunciare per fare, insomma. Sul governo di Matteo Renzi giudicherà la Storia, ma non c’è dubbio che dire tanto e combinare poco sarà sempre meglio di dire poco e combinare nulla.

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