Effetto Trump. Quel grande patto con Putin non è così facile

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epa05149563 Russian President Vladimir Putin grimaces as he listens to Bahraini King Hamad bin Isa Al Khalifa (not pictured) during their meeting in the Bocharov Ruchei residence in the Black Sea resort of Sochi, Russia, 08 February 2016. His Majesty King Hamad bin Isa Al Khalifa is on a working visit to Russia.  EPA/ALEXANDER ZEMLIANICHENKO/POOL

Al contrario di quel che si dice, il presidente Usa potrebbe non essere così remissivo

Se ne sono dette e ce ne sono state tante, su questo rapporto tra Vladimir Putin e Donald Trump. È noto per esempio che Paul Manafort, l’ex capo della campagna del presidente eletto americano, è stato molto attivo in Ucraina, come consulente dell’ex capo di stato Viktor Yanukovich. E proprio Trump, sull’Ucraina, ha fatto capire che la considera parte dell’orto di Mosca e che la secessione della Crimea non è così scandalosa.

Il presidente eletto, su questo, è stato molto criticato. Al punto che più volte s’è detto che è l’uomo di Putin a Washington. In questi giorni, tra l’altro, il ministero degli esteri russo ha riferito di aver avviato contatti, da tempi, con la squadra di Trump. E per finire, va ricordato che il magnate di New York ha manifestato appoggio per la politica russa in Siria e che Hillary Clinton ha accusato il Cremlino di aver violato con i suoi hacker i server del Partito democratico, per interferire nel processo elettorale americano e far primeggiare il rivale.

Ma veramente Trump è il burattino e Putin il burattinaio? E se non è così, c’è almeno una “chimica” forte tra i due?

La prima tesi sembra un’esagerazione; la seconda appare leggera, per diversi motivi. Alcuni li ha elencati su La Stampa Anna Zafesova, ricordando da lato che Trump è un anti-establishment che nutre fastidio per le istituzioni mentre Putin è l’establishment in persona ed è per il primato delle istituzioni; dall’altro che “l’antiamericanismo è il perno del mondo disegnato dalla propaganda del governo per i russi, tutto è colpa dell’America nemica”.

Insomma, il grande patto tra Trump e Putin non sembra così facile da sottoscrivere. Ma al tempo stesso, riflette Giancarlo Aragona sul sito dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), ci sarebbero le condizioni per capirsi di più e cercare di fluidificare una relazione fattasi molto contrastata negli ultimi anni. “Trump, non ancorato a canoni politico-diplomatici tradizionali, potrebbe rivelarsi sorprendentemente l’uomo giusto per avviare una svolta”, scrive l’analista, spiegando che “all’Occidente si richiederà, con una percezione più sofisticata che in passato, di prendere in conto gli interessi legittimi della Russia, in Europa orientale così come in Medio Oriente ed altrove”.

E in effetti è questo ciò che Putin vorrebbe da Trump. La Russia, come risaputo, non accetta il modo in cui dopo il 1991 è andato delineandosi l’ordine mondiale, quello europeo in particolare, punto di riferimento della sua politica estera ed economica.

Mosca ritiene che il processo sia stato unilaterale: l’Occidente, forte della vittoria nella guerra fredda, ha oltre modo spostato verso la Russia il suo baricentro.

Putin potrebbe pertanto chiedere a Trump di porre una linea rossa invalicabile su future, possibili espansioni della Nato (quelle che ci sono state sono irreversibili, e il Cremlino lo sa).

Questo significa prima di tutto trovare un accordo sull’Ucraina (e poi se mai su Siria e Medio Oriente). La Russia, secondo i più, vorrebbe conservare l’acquisizione della Crimea, avere garanzie in merito al fatto che l’Ucraina non entrerà mai nella Nato e cancellare il regime di sanzioni economiche.

Un paio di recenti dichiarazioni di colui che viene indicato come il segretario di stato in pectore, Newt Gingrich, indicano la disponibilità a non morire per Kiev, né per le repubbliche baltiche, dove la crisi ucraina è stata vissuta con particolare angoscia.

Gingrich, qualche tempo fa, ha detto che Trump potrebbe dare all’Ucraina armi pesanti, contrariamente alla scelta con cui Obama non le aveva concesse. E questo significa, sulla carta, che l’ex repubblica sovietica può sì difendersi dai russi, ma deve farlo da sola.

Quanto ai baltici, riferendosi a un possibile conflitto con la Russia e all’attivazione dell’articolo 5 della Nato, ha affermato che non saprebbe se sia il caso di usare l’atomica per dei posti che sono in pratica alla periferia di San Pietroburgo.

Eppure, se Trump scegliesse di svincolare l’America dall’impegno in Ucraina e dall’approccio duro verso la politica russa susciterebbe una seria crisi di insicurezza nell’area nord-est della Nato (oltre ai Baltici anche la Polonia è molto sensibile alla questione ucraina) e alimenterebbe dubbi e preoccupazioni in tutto il resto d’Europa, senza contare che non è facile trovare un’intesa con la Russia sull’ordine post- 1991 senza sondare il parere gli alleati europei. Sempre Anna Zafesova, ricorda inoltre che molti esponenti del Partito repubblicano, fresco di trionfo sia alla Camera dei rappresentanti che al Senato, sono ostili alla Russia e potrebbero farlo pesare, frenando il grande accordo Putin- Trump.

E per concludere c’è da dire che se concedesse a Putin tutto, su tutto, l’America farebbe una marcia indietro davvero insolita per la storia di una superpotenza. Trump, viene da dire, non sarà così remissivo. Chiederà qualcosa in cambio, anche se non è facile immaginare cosa. Putin sa che la strada, per la Russia, non è necessariamente spianata, e in discesa.

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