Ecco perché Zagrebelsky sbaglia

Riforme
Gustavo Zagrebelsky, Presidente Biennale Democrazia, durante la conferenza stampa di presentazione di Biennale Democrazia 2015 presso Hotel NH Collection, Torino, 2 marzo 2015. ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

Zagrebelsky è da oltre trent’anni un avversario giurato delle riforme

Ieri “Il Fatto” ha pubblicato quello che viene presentato come il manifesto del “no” contro la riforma costituzionale di Gustavo Zagrebelsky (alla testa del “comitato per il No” con Massimo Villone, Pancho Pardi e Sandra Bonsanti, fra gli altri): un lungo documento di cui sono riportati ampi stralci, steso per l’associazione “Libertà e Giustizia”. Si tratta, in realtà, di un concentrato di tutti gli argomenti delle posizioni più estreme contro il progetto di revisione costituzionale Renzi-Boschi che la Camera dovrebbe votare per la seconda volta ad aprile e che in autunno sarà sottoposto a referendum nel rigoroso rispetto dell’art. 138 della Costituzione. In realtà, ancor più, è la summula di posizioni che da oltre quaranta anni, con miope coerenza, si oppongono frontalmente contro ogni tentativo, da qualsiasi parte proveniente (e facendo di tutta un’erba un fascio), di rinnovare le istituzioni politiche italiane: ignorando le crescenti difficoltà che esse esibiscono dai primi anni Settanta (cioè dalla crisi del centro-sinistra), le trasformazioni degli anni Novanta, la scomparsa del sistema dei partiti della prima fase repubblicana e così via.

Non è un caso del resto che Gustavo Zagrebelsky, certo: studioso stimato e già presidente della Corte costituzionale, sia stato sin da allora un avversario giurato delle riforme. Impareggiato teorico del perché le riforme istituzionali non solo non si dovevano, ma non si potevano fare, Zagreblesky, in uno dei suoi più citati saggi, inanellava (1986) non uno, ma ben sette diversi paradossi da cui derivava, appunto, che le riforme non si potevano fare. Egli censurava allora aspramente Gianfranco Pasquino, affermando che fosse «inutile e pericoloso» parlare di riforme; si domandava per chi lavorassero i riformatori della Costituzione; negava che l’alternativa (di governo) potesse essere figlia di nuove regole (su questo sarebbe stato smentito); non si peritava di assimilare le proposte di revisione costituzionale dell’epoca (metà anni Ottanta, appunto) a «escrescenze di tipo canceroso». Illustrati con l’acutezza colta che gli va riconosciuta quei sette paradossi sette, affermava che il senso vero del gran dibattito e dell’interesse che lo muoveva era il fine di decostituzionalizzare l’ordinamento e di delegittimare la costituzione esistente.

Lo Zagrebelsky del “Fatto” è lo stesso, e sostanzialmente gli stessi sono gli argomenti, anche se forse meno raffinato lo stile: del resto la sede non è proprio quella scientifica di una rivista giuridica. Ma la faziosità non è cambiata, come rivela l’incipit (i fautori del sì useranno slogan, noi fautori del no risponderemo con argomenti). Chiaro che con un approccio del genere il confronto diventa difficile se non impossibile. Tanto più che alla prima delle quindici “ragioni del no” si ritrova un elegante richiamo a Gelli e al vero o presunto golpismo degli anni Settanta, mettendo insieme nomi come quelli del generale Di Lorenzo o Junio Valerio Borghese accanto ad altri come Sogno e perfino Randolfo Pacciardi, per poi affiancarli a “coloro che negli anni hanno cercato di modificare la Costituzione”, tutti accomunati nella medesima “fatwa” (“commissioni bicamerali varie, ‘saggi’ di Lorenzago, ‘saggi’ del presidente, eccetera”: e così anche Napolitano è servito). C’è tutto nel testo di Zagrebelsky, tutto l’armamentario di un “no” che prescinde quasi del tutto (nel merito una sola tesi su quindici!) da un’analisi della riforma, demonizzata a prescindere (Parlamento illegittimo, sovranità umiliata dall’Europa, governabilità intesa come farsi docilmente comandare, esecutivo arrogante, referendum imposto da Renzi o, in alternativa, referendum truffa che unifica questioni diverse: peccato che sia l’art. 138 a volerlo così, trasformazione della democrazia in “oligarchia riservata”, classe politica “incapace, corrotta e inadeguata”, umiliazione del Parlamento davanti al governo, non una costituzione ma una s-costituzione, e via dicendo). Di alcune tesi si potrebbe (si dovrebbe) pacatamente discutere: ma è l’impostazione del tutto, il senso di un pregiudizio profondo, ideologizzato e per nulla laico che lo rende pressoché impossibile. Peccato. Cercheremo altri con i quali discutere del sì e del no.

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