Ecco perché la Leopolda si è ancora rivelata vincente. Un’analisi teorica

Leopolda 2016
I visitatori arrivano alla  Leopolda per prendere posto ai tavoli di lavoro, tra cui quello del ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni e del Lavoro Giuliano Poletti a Firenze, 5 novembre 2016.
ANSA/Maurizio Degl' Innocenti

L’appuntamento fiorentino ha calamitato l’attenzione e segnato l’agenda politica

I retroscena affidati stamane alle colonne dei giornali descrivono un Matteo Renzi compiaciuto per l’esito della Leopolda 7, “E adesso il futuro”.

“La migliore di sempre” è la confidenza che il premier ha depositato, al termine del suo discorso, nel backstage acquartierato dietro il palco principale, circondato da fedelissimi, ministri, collaboratori, nonché dalla moglie Agnese, ultimamente (dallo State dinner con il Presidente degli Stati Uniti e consorte alle visite ai paesi devastati dal sisma in centro Italia) sempre più first lady, figura rassicurante, unitaria e “dolce” del renzismo.

Stilare una classifica è un cimento arduo e forse poco utile. Piuttosto è interessante notare il potenziale generativo sprigionato dalla kermesse fiorentina, i circuiti informativi attivati nello spazio pubblico contemporaneo, animato, come si sa, dall’intreccio di leader, cittadini e media.

Giornalisti, commentatori, sostenitori e partecipanti hanno infatti scritto, parlato, twittato molto su questa edizione, la settimana, chiosata dall’energica chiamata alla mobilitazione del popolo leopoldino del segretario Pd, in vista del voto referendario. Una mozione di sentimenti, interpretata in perfetto stile obamiamo: “Non urlate, ma votate”, ha esortato Renzi. E ancora: “Non credete ai sondaggi. Credete in voi stessi. Io credo nei vostri volti, nelle vostre storie, nel vostro impegno”.

Alcuni, in particolare i media mainstream, hanno riportato il clima di ricompattamento attorno al nucleo originale della Leopolda, reso plastico dalla scelta di affidare la conduzione del meeting all’amico “critico” Matteo Richetti, dal ritrovato attivismo della madrina di casa, il ministro Maria Elena Boschi (il suo tavolo, rispettando i pronostici, è stato quello più partecipato), dagli applauditissimi ritorni sul palco di Simona Bonafè, Giorgio Gori e Graziano Delrio: sorrisi, abbracci, battute, occhi lucidi.

Altri, qui il riferimento corre ai partecipanti, sono rimasti visibilmente soddisfatti dallo svolgimento dei 36 tavoli di confronto/lavoro cittadini-ministri, andato in scena sabato mattina, con i secondi incalzati dalle sollecitazioni, dalle critiche e dalle proposte avanzate dai primi.

Un esperimento di comunicazione politica per nulla velleitario, un tentativo concreto – fino alla fisicità, dentro le pieghe della prossemica – di colmare il divario tra Palazzo e Piazza, istituzioni e società.

È vero: dura poco, una parentesi di 3 ore; ma succede solo qui, alla Leopolda. Altrove non si è ancora visto, pensato, realizzato. Cittadini e governanti seduti allo stesso tavolo, che si danno del “tu”, lanciandosi smorfie e ammiccamenti, scambiandosi opinioni e vicende personali, con toni ora cortesi ora ruvidi, salutandosi con strette di mano e selfie. Comunicativamente parlando, funziona: è un piccolo mondo, innervato dalla sensazione del politico a portata di mano (esiste una vasta letteratura a riguardo).

Altri ancora, risalendo lungo la fulminante ascesa del gruppo dirigente renziano al potere, hanno rispolverato quell’avverbio – “Adesso” – così dirimente nel discorso performativo cesellato dal rottamatore toscano durante il biennio 2011-2012. Avverbio incastonato, a 2016 inoltrato, nello slogan della manifestazione “E adesso il futuro”.

Insomma, difesa e detestata, irrisa o esaltata, la Leopolda continua a calamitare l’interesse del dibattito pubblico, agendo sulle leve alla base del suo funzionamento.

Ognuno, sia chiaro, è libero di denigrare il modello, di stigmatizzare la forma del contenitore perché plasma i contenuti secondo canoni comunicativi (molto televisivi, emotivi, impattanti) distanti anni luce dai riti (solenni e bolsi) e dai linguaggi (articolati e aulici) propri della politica tradizionale.

Tuttavia, a meno di spingere all’assurdo il proprio convincimento pur di avvalorarne l’assunto, è difficile non riconoscere, vivendo la Leopolda da dentro, almeno una volta, per tre giorni, come la sua formula abbia cambiato il racconto della politica italiana.

Confutare che funzioni “tecnicamente” prima ancora che politicamente: mobilita migliaia di persone, impone l’agenda alla stampa, condiziona il flusso social, imprime svolte al percorso del Paese (la legge sul reato di omicidio stradale, per esempio, nasce da un’intuizione avuta qui dentro).

Imposta questa evidenza, se si è alla ricerca di una peculiare postilla partorita dalla Leopolda 7, dal mio piccolo angolo prospettico, suggerisco di appuntare l’attenzione sugli interventi di Oscar Farinetti e Massimo Recalcati.

Particolarmente riusciti sul piano della resa stilistica, hanno vellicato le corde profonde degli astanti (esplosi in scroscianti ovazioni), incorniciando la sfida del referendum, Si o NO, nel cleavage più congeniale alla comunicazione politica di Renzi: un derby tra passato e futuro, cambiamento e conservazione, speranza e cinismo, nostalgia e domani, innovazione e gattopardismo, ottimismo e coro della lamentazione.

Il fondatore di Eataly, volto noto a queste latitudini, ha recuperato la lezione sullo storytelling impartita da Alessandro Baricco nelle sue lectures mantovane – la realtà è composta da fatti e da storie, i fatti senza le storie non esistono, le cose senza il loro nome esatto sono inservibili – scuotendo la platea dalla paura di perdere: «Chi governa, chi ha successo, tende a diventare antipatici. Dobbiamo ritornare a essere simpatici. Come? Tirando fuori i nostri sentimenti più veri: la paura, la fiducia, la voglia di vincere. La paura sta alla base del coraggio; la fiducia è il motore che dà carburante alle relazioni umane; la voglia di vincere è quella che ci differenzia dal fronte del No. Noi abbiamo più voglia di vincere di loro”.

Psicanalista, accademico, saggista, editorialista di Repubblica, Recalcati ha calcato il palco pop della Leopolda per la prima volta, ma, come direbbe un consumato cronista sportivo, il suo ingresso in campo cambia l’inerzia del match, allargando il respiro culturale della manifestazione, gettando il panico nella difesa dello schieramento avversario, l’eterogeneo fronte del No, segnatamente nella quota espressa dalla parte sinistra (area di riferimento di Recalcati) bollata di conservatorismo, fascinazione masochista del no e paternalismo.

È un uomo di robusta cultura che parla, non un improvvisato consulente di marketing: lo smacco più pesante da metabolizzare per un certo mondo radical chic, snob e spocchioso che, sin dall’abbrivio della stagione rottamatrice, si balocca, ridicolizzando Renzi per le scarse letture alle spalle e la Leopolda (intesa anche come classe dirigente) per la superficialità dei messaggi veicolati.

Seguono, in pillole, le accuse al vetriolo scoccate dall’intellettuale milanese. Sull’eredità da conquistare: “Il movimento di Renzi, nato alla Leopolda, ha portato alla politica una generazione di figli. Come Telemaco, Renzi non ha acquisito passivamente il passato. Non è una figura dell’attesa, della conservazione; ma si mette in viaggio, perché al passato rimani fedele solo nella misura in cui lo puoi innovare”.

Sulla fascinazione masochistica per il No: “Con questa linea, si finisce per finire nel godimento della distruzione. Invece l’anima affascinante del riformismo anela all’esatto opposto: è capacità di costruzione, di visione, di progetto”.

Sul paternalismo, che insieme alla saccenza convoca l’impotenza: “È insopportabile questo corteo di padri che non sanno imparare dai propri figli, che sanno solo fare lezione, che odiano la giovinezza. Bisogna dare fiducia ai figli, così il loro desiderio s’irrobustisce, diventa generativo”.

Parole che fanno palpitare il cuore dei leopoldini, conquistano lanci d’agenzia e box d’approfondimento su siti web e giornali, traguardano l’azione da qui al 4 dicembre: “Le mummie del No provano a uccidere il cambiamento, cucendo addosso a Matteo Renzi l’immagine di politico grigio, assimilato al sistema, ormai spento nel suo slancio riformatore. Non dobbiamo aspettare il ritorno dei padri. Per vincere, dobbiamo coltivare il sogno di Telemaco”.

 

(@AlbertoGalimb, autore de “Il metodo Renzi. Comunicazione, immagine e leadership” – ed. Armando)

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