Ecco perché il No alla riforma non è “ulivista”

Referendum
ANSA/GIUSEPPE LAMI

Restano valide le intuizioni dell’Ulivo: bipolarismo, alternanza, primato delle istituzioni, non dei partiti. E un sistema elettorale che riduca la rappresentanza e rafforzi l’istituzione-governo

Nell’articolo “autobiografico” di Franco Monaco, scritto per il Fatto quotidiano del 18 agosto, la tesi principale è contenuta nel titolo: “Il mio No è ulivista”.

L’argomentazione decisiva è ad personam: se Valerio Onida, che oggi è il primo firmatario dei 56 costituzionalisti per il No, all’epoca della stesura del programma dell’Ulivo del 1996 ebbe “una mano prevalente”, ciò vuol dire che la riforma Renzi-Boschi non può rivendicare di essere l’erede legittima dell’Ulivo. Quella del No è la sola posizione coerente con l’eredità dell’Ulivo. Il Sì è solo un rispettabilissimo tic personale di Parisi.

Poiché all’epoca ero capo redattore della Rivista “I Democratici”, che raccoglieva nel suo comitato di redazione Ceccanti, Ignazi, Mancina, Parisi, Scoppola, Tonini e parecchi altri e che funse da think tank per l’elaborazione della cultura politica e del programma dell’Ulivo, posso facilmente integrare i buchi della memoria eccessivamente selettiva di Franco Monaco. Sì, il testo fu elaborato da Onida, ma fu decisamente contestato in vari articoli della Rivista per il suo carattere conservatore. E quando Onida andò alla Corte costituzionale, Arturo Parisi lo riscrisse daccapo. Questi i fatti.

Franco Monaco argomenta in vari modi il proprio “No ulivista”. Il più interessante a me pare il seguente: “La governabilità era ed è un problema oggettivo, ma, a fronte dell’antipolitica dilagante, non lo è altrettanto e forse più, oggi, l’esigenza di un’effettiva rappresentatività?”. Manca l’analisi delle cause dell’insorgenza antipolitica. Essa è il prodotto del fallimento della politica e dei governi in ordine alla soluzione dei problemi del Paese, perfettamente rappresentati in Parlamento. Il nostro sistema politico-istituzionale è ottimo nel rappresentare le domande e pessimo nel fornire le risposte di governo. Quando si dice “politica”, si parla del sistema dei partiti e della Repubblica dei partiti. Il loro fallimento nel governo del Paese viene da lontano ed ha finito per produrre un’accumulazione originaria di anti-politica. Che è politicissima.

Chi si allarmò per primo di questo esito dell’ingovernabilità fu il cattolico-liberale De Gasperi con i suoi otto governi, per il quale alla base della piramide della Repubblica stavano lo Stato, poi l’istituzione-governo, poi il Parlamento, poi i partiti. Intuì che la piramide si stava rovesciando, innanzitutto nella Dc, sotto la spinta di un partitismo, che puntava al controllo dello Stato da parte del partito e, in seguito, del sistema dei partiti. E questo veniva dal ventennio. Perciò De Gasperi propose la legge elettorale, che poi con ironia suicida sarebbe stata bollata come legge-truffa. Già dal ’68 – primo movimento socio-politico antipolitico – fu chiaro che la piramide rovesciata non poteva stare in piedi sul vertice dei partiti. Di qui le Commissioni istituzionali fino ai nostri giorni.

Renzi-Boschi non hanno inventato nulla di nuovo, eccetto la decisione di rimettere la piramide sulle sue basi. E il punto è sempre lo stesso: un governo stabile per il Paese. L’assenza di governo ha lasciato crescere una giungla corporativa di poteri forti concentrati e poteri deboli diffusi e di massa, che non vogliono né governare né essere governati. E’ questa giungla che ha prodotto il sistema politico attuale, frammentato e impotente.

Pertanto restano del tutto valide le intuizioni dell’Ulivo: bipolarismo, alternanza, primato delle istituzioni, non dei partiti. E resta intatto e inevitabile l’appuntamento con le forche caudine di un sistema elettorale che riduca la rappresentanza e rafforzi l’istituzione-governo. I partiti si rifiutano di passarci sotto, con le argomentazioni più fantasiose. Come quella usata da Franco Monaco: il sistema politico è tripolare, perciò il bipolarismo è una prepotenza antidemocratica. Pare di sentire il dibattito francese prima e dopo la Quarta repubblica. Come se il sistema politico ed elettorale fosse uno spontaneo fenomeno sociale e non, come è, una costruzione politica democratica. I partiti difendono se stessi, non la democrazia del Paese.

Le riforme non sono perfette? Verissimo. Perché sono la risultante democratica di un sistema politico frammentato e di partiti, che fino all’ultimo hanno voluto lasciare il proprio segno particolare e che ha, purtuttavia, votato a grande maggioranza e ripetutamente, salvo poi, qualcuno, pentirsene. Se non erro, anche Monaco, dopo aver votato ben due volte Sì, è caduto da cavallo, folgorato dal No. Ma non credo perché abbagliato dalla visione dell’Ulivo.

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