Ecco i giovani islamici italiani: più in Rete che in moschea

Immigrazione
I fedeli all'inaugurazione della prima moschea in Via Genova a Torino affiliata con la grande moschea di Roma, Torino,6 luglio 2013 ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

Chi sono e quanti sono? Come vengono reclutati? Vogliono davvero colpire il Paese che li ha visti crescere? La maggior parte sono lupi solitari, diventati radicali con il fai-da-te sul web

Pubblichiamo parte dell’intervento che la giornalista e scrittrice Cristina Giudici ha tenuto all’Opificio Golinelli durante la maratona di approfondimento e riflessione organizzata nell’ambito della mostra «Gradi di libertà» prodotta dalla Fondazione Golinelli, curata da Giovanni Carrada e Cristiana Perrella e in corso al MAMbo, Museo di Arte Moderna di Bologna, fino al 22 novembre.

S i tratta di una minoranza, che però fa rumore. Gli islamisti italiani sono un enigma che nessuno riesce a sciogliere. Chi sono e quanti sono? Come vengono reclutati? Vogliono davvero colpire il Paese che li ha ospitati o visti crescere? Sono queste le domande che tutti i cittadini si pongono ogni volta, davanti alla notizia su un musulmano radicale espulso dall’Italia per ragioni di sicurezza nazionale, partito per la Siria per fare la guerra santa, oppure arrestato in seguito a un’indagine giudiziaria perché sospettato di essere un aspirante muhajed. I numeri in questo caso non ci vengono in aiuto per decifrare il fenomeno della radicalizzazione graduale e costante nelle seconde generazioni di immigrati di fede musulmana o fra un’esigua minoranza di italiani convertiti all’islam. Secondo i dati del Viminale, ci sono 80 foreign fighters (combattenti stranieri) partiti o passati dal nostro Paese per andare a combattere nelle milizie dello Stato Islamico. Un’entità poco rilevante rispetto ai grandi numeri registrati in altri paesi europei, come in Francia, in Gran Bretagna, in Belgio. Eppure suscitano inquietudine e paure. La maggior parte sono lupi solitari, diventati radicali con un percorso fai-da-te sul web. Giovani integrati o, al contrario, disadattati che trovano nella guerra santa una risposta per semplificare la complessità dell’esistenza. Oppure diventati fondamentalisti perché in molte moschee, abusive, sorte soprattutto nelle periferie delle città, trovano un humus culturale e religioso che li spinge a considerare insopportabile una vita vissuta in una società per noi libera, per loro empia e vacua. Talvolta vengono influenzati anche dalle famiglie rimaste nei loro Paesi di origine, dove alcuni parenti hanno scelto di andare a combattere il jihad nelle terre del Califfato islamico. Per chi li ha avvicinati per cercare di decifrare i loro percorsi mentali, è difficile capire quale sia stata la molla che li abbia spinti a rifiutare una società basata sulla libertà individuale perché i loro pensieri sono plasmati da dogmi religiosi considerati inconfutabili. E rifiutano ogni confronto delle idee. Così spesso si mostrano come noi vorremmo che fossero, ci dicono quello che vorremmo sentirci dire, lodano le virtù della democrazia, ma si tratta di una dissimulazione. Perché poi, incalzati sulla violenza delle stragi e degli attentati di matrice islamica, spesso si aggrappano a tesi complottiste per non rivelare le loro idee manichee. Secondo i dati delle diverse intelligence europee, ad oggi 4000 aspiranti mujaheddin sono partiti per unirsi alle milizie dell’Is. Ma dietro il fenomeno italiano (ed europeo) della radicalizzazione delle ultime generazioni di musulmani, si nascondono drammi familiari: in Italia ci sono numerose famiglie, immigrate in Italia, di origine araba o balcanica, dilaniate al loro interno. Molti giovani sono diventati estremisti, aspiranti martiri, senza che i loro genitori se ne siano accorti. Apparentemente si tratta di giovani che vivono esistenze normali e ripagano gli sforzi dei genitori, immigrati in Italia per avere una vita migliore e dare l’opportunità ai loro figli di studiare e costruirsi un destino diverso. E invece improvvisamente si scopre che nel cuore serbano un segreto che nessuno individua finché è troppo tardi per intervenire. Chi sogna la guerra santa non pensa a colpire il nostro paese. Spesso, in testa ha un solo chiodo fisso: lasciare una società «empia», dove è difficile stare a galla, per unirsi alla comunità dei mujaheddin che promettono, oltre al paradiso per i martiri, anche certezze terrene.

Hinterland milanese

Chi scrive ha in mente una fotografia scattata (mentalmente) in una moschea dell’hinterland milanese qualche mese fa. Una di quelle considerate a rischio per l’indottrinamento, per ora su scala molto ridotta, dei foreign fighters. Alla preghiera del venerdì, un predicatore yemenita parlava della forza demoniaca del denaro e accusava coloro che praticano l’usura – cioè quelli che accettano di pagare i tassi d’interesse alle banche italiane – di «fare la guerra ai musulmani». Frasi dure, che quasi stupiscono, dopo che per anni si è parlato tanto di dialogo interreligioso e molti si erano convinti che la comunità musulmana osservante, quella che si riunisce nei centri di preghiera, avesse trovato un punto di equilibrio fra la propria fede e l’inserimento nella società italiana. Preoccupante, se si osserva che questi nuovi centri islamici abusivi, sorti negli ultimi anni, sono spesso gestiti da giovani che hanno meno di 30 anni, si sono laureati nelle nostre università e alcuni, anche se non hanno intenzione di diventare terroristi, simpatizzano con il Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi perché lo considerano la terra promessa: il riscatto definitivo contro l’occidente che ha umiliato tutti i musulmani. Si tratta di centri islamici minori, nati nell’hinterland milanese come pure nel Nordest, fra Treviso e Belluno, e in alcune comunità albanesi, in Toscana, vicino a Grosseto. Laddove si è creato un terreno fertile per facilitatori e reclutatori aspiranti jihadisti, nella distrazione colpevole di noi italiani e delle nostre autorità. Girati dall’altra parte per molti anni, o convinti che la questione islamica non fosse più un’emergenza da monitorare, prima della formazione dello Stato Islamico. Invece nella comunità musulmana italiana, divisa al suo interno e (quasi) silenziosa verso l’esterno, si registra un crescente clima di simpatia verso l’Is, fomentato soprattutto in rete, dove è difficile distinguere i numerosi fanatici – che si limitano a postare immagini dei combattenti con il vessillo nero – da quelli che invece sono inseriti in reti jihadiste attive e comunicano con messaggi cifrati attraverso metafore prese dalle sure del Corano o dagli hadith sulla vita di Maometto.

I dati dell’Intelligence

Secondo gli investigatori che cercano di contrastare il fenomeno, per ora ancora molto contenuto, del jihadismo autoctono, ci sono diverse piste da seguire. Quella albanese, che attraverso reclutatori porta gli aspiranti combattenti italiani in Siria, grazie al sostegno di comunità salafite in Albania. Oppure quella bosniaca, che ha acceso i riflettori su un gruppo di giovani islamisti, che vivono in provincia di Belluno e nel Nord-est, composto da italiani convertiti, maghrebini, kosovari, bosniaci, seguaci dell’imam salafita Bilal Bosnic, arrestato in Bosnia – che avrebbe contribuito alla radicalizzazione e alla partenza di alcuni aspiranti jihadisti – e aveva predicato anche in numerosi piccoli centri di preghiera a Siena, a Cremona, a Bergamo. Ma per chi vuole cercare di capire cosa sta succedendo fra i giovani musulmani radicalizzati, non basta seguire le piste investigative su alcuni gruppi che stanno cercando di creare una filiera per portare jihadisti autoctoni nella terra del Califfato. Perché se vogliamo cogliere i segnali di una lenta ma crescente radicalizzazione fra gli immigrati di seconda generazione, bisogna focalizzare anche storie mai messe sotto la lente dalle indagini giudiziarie. Come quella di un adolescente marocchino che non frequentava alcuna moschea, giocava a calcio e dopo la scuola andava a lavorare con il padre in una bancarella ambulante a Roma. Improvvisamente, però, è cambiato. Nelle sue giornate si è inserito un gruppo di musulmani che lo ha lentamente sottratto alla famiglia. Creando dei buchi neri: ore, giorni in cui scompariva, con una scusa. Andava a Milano, forse a Bologna, con degli amici. E una volta tornato a casa si chiudeva nella sua stanza per passare ore, notti, collegato a internet. E aveva interrotto ogni forma di dialogo con i parenti, finché la sorella ha scoperto che nel suo pc c’erano collegamenti a numerosi siti jihadisti, mentre la madre ha trovato in un cassetto delle mazzette di euro appoggiate su un velo di talco per essere sicuro che nessuno della sua famiglia le avesse spostate. Interrogato dai genitori, si è rinchiuso dentro la sua fortezza. Così la madre, terrorizzata all’idea che potesse essere finito in un giro fondamentalista pro Is, ha deciso di portarlo con una scusa in Marocco e gli ha tolto il passaporto per impedirgli di tornare in Italia. Nella speranza che nella famiglia di origine fosse più vigilato, più al sicuro, che in Italia. Un paradosso. Uno dei simboli per questa generazione di aspiranti jihadisti autoctoni, il cui nome ricorre sempre nei fascicoli giudiziari, è quello di Anas el Aboubi: nato in Marocco, viveva in provincia di Brescia dall’età di sette anni e nel 2012 era così poco scaltro (o troppo fiducioso della democrazia italiana) da presentarsi in questura a Brescia per chiedere il permesso di organizzare una manifestazione in cui avrebbe bruciato bandiere israeliane. E dopo aver tentato invano di creare in Italia gruppi jihadisti, è partito per la Siria nel 2013.

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