Ecco cosa deve fare il governo per contrastare i femminicidi (e migliorare i diritti di tutti)

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Quello di cui ci sarebbe bisogno è la presenza diffusa, sul territorio, di “servizi alla persona”

Lavoro da tanti anni ormai con le coppie in crisi ed ho difficoltà a non stupirmi ogni volta della violenza dei sentimenti e delle emozioni vissute dai protagonisti di queste crisi. Odio ed amore si alternano continuamente, come nella poesia straordinaria di Catullo, nelle situazioni in cui si sente (si sa, si percepisce fisicamente) di non poter fare a meno dell’altro.

Di dipendere dall’altro o dall’altra in modi inaccettabili dalla ragione e dal buonsenso degli altri che ti conoscono da sempre e ti vogliono bene: “Da quando sta con lei (o con lui) non è più lo stesso (la stessa)”, dicono, divertiti o desolati perché davvero, eterosessuali o omosessuali, giovani o di età matura, formate da coetanei o da persone di età anche molto diversa, con figli o senza, le coppie sembrano in molti momenti avere una vita propria, indipendente dalla volontà dei loro membri che ne vengono inconsapevolmente modificati.

Trasformati. Come molti terapeuti provano a far capire già in prima seduta presentando ai due che chiedono aiuto una terza sedia, disposta fra i due o su un lato, su cui, invisibile, è chiamata a sedersi proprio lei, la coppia. C’è facilmente un sapore o un fantasma di morte, penso spesso mentre ci lavoro, all’interno delle grandi crisi di coppia. Dal punto di vista lessicale perché amore e morte vengono citati spesso insieme (“ti amo da morire, morirò se mi lasci, la vita non è più vita se mi manchi tu”) ma dal punto di vista anche dei fatti perché intorno alle crisi di coppia c’è un addensamento forte di tentativi di suicidio, che per fortuna non riescono sempre, e di omicidi.

Di cui le cronache ci danno testimonianza di nuovo in questi primi giorni di agosto. Riproponendoci la drammaticità estrema di un disagio che è purtroppo estremamente diffuso ma riproponendoci, soprattutto, la necessità di una riflessione appassionata ma seria su quello che forse è possibile fare. Per controllarne la gravità e le conseguenze più terribili.

Vorrei dirlo subito con chiarezza, quella di cui non c’è alcun bisogno di fronte a questo dilagare di tragedie è, infatti, l’invettiva. Dire che i due uomini che hanno ucciso in questi giorni “sono solo squallidi criminali e schifosi assassini”, come ha fatto ieri il Presidente Grasso, altro non fa purtroppo che aumentare la solitudine e la disperazione di chi sta male e commette atti inconsulti.

Riportare anche gli omicidi alle vicende dolorose delle coppie in crisi sembra a me invece un po’più utile. Riflettendo sulla differenza di genere, prima di tutto, perché fra gli epiloghi di queste crisi ci sono molti più uomini che uccidono e molte più donne che si uccidono o tentano di farlo e perché il rapporto fra tentativi di suicidio e suicidio riuscito è molto più alto fra le donne che fra gli uomini.

Cosa sto dicendo? Semplicemente che le donne sono tendenzialmente un po’ più ragionevoli e comprensibili degli uomini nelle situazioni d’amore nella misura in cui i loro, anche nei momenti più drammatici, sono comportamenti capaci ancora di veicolare dei messaggi. Che l’altro e gli altri possono comunque intendere. Perché?

Uno psicanalista famoso, Otto Kernberg, ha scritto che, modellato soprattutto sulla relazione primitiva con la madre, il rapporto d’amore dell’uomo con la donna è un rapporto in cui quella che si vive, soprattutto nei momenti di crisi, può essere una dimensione di dipendenza totale: in cui l’abbandono vuol dire perdita immediata della vita. Mentre di un tipo diverso è abitualmente la dipendenza della donna che modella il suo rapporto d’amore, un rapporto più evoluto dal punto di vista emotivo, sulla relazione che stabilisce un po’ più avanti con il padre: un oggetto del desiderio invece che una necessità assoluta e vitale.

Il tutto è attenuato e normato nell’adulto normale, ovviamente, da una maturità che consente di esercitare un controllo importante sugli impulsi più auto e/o etero distruttivi ma può sfuggire a questo tipo di controllo nelle persone che stanno meno bene. In modi di uni oggi cominciamo ad avere conoscenze importanti. L’area delle violenze di genere all’interno delle crisi di coppia, la ricerca e la clinica sono chiare su questo punto, è soprattutto quella dei disturbi borderline di personalità dove il movente passionale è in primo piano e viene spesso sottolineato dal suicidio che segue l’omicidio, dalle confessioni piene di dolore e di rimorso o da movimenti importanti comunque di pentimento.

A differenza di quello che accade negli omicidi seriali o in quelli legati a conflitti d’interesse, quando si ha a che fare con persone che soffrono di un disturbo più antisociale o più paranoide. Che commettono delitti molto diversi da quelli di cui le cronache ci parlano oggi. Parlare di tutte queste cose ha un senso per una iniziativa di prevenzione capace di diminuire numero e gravità delle tragedie legate alle crisi delle coppie? Io penso proprio di sì.

Quello di cui ci sarebbe bisogno e che invece manca è la presenza diffusa, sul territorio, di servizi (c’erano una volta i consultori di cui oggi non si parla quasi più e che il Sistema Sanitario non finanzia quasi più) cui le coppie e le famiglie in crisi si possano rivolgere, prima di arrivare alle denunce o subito dopo averne fatta una, sulla base magari di un consiglio che venga dalle forze dell’ordine o dal Pronto Soccorso degli Ospedali oltre che da un amico o da un parente.

Quella che manca, oltre ai servizi, d’altra parte, sui media e fra la gente, è una cultura della fragilità degli esseri umani e della possibilità (del dovere) di educare i più giovani alla complessità del mondo degli affetti (l’educazione sentimentale dovrebbe essere considerata un po’ più importante di quella legata ai rischi della sessualità, forse, anche in tante famiglie) e di aiutarli, invece che di giudicarli, da giovani e da meno giovani, quando sono in difficoltà.

Il governo che abbiamo oggi in Italia è un buon governo. Capace di prendere iniziative che hanno avuto ed hanno effetti importanti sui diritti di tutti e sulla qualità della vita. Quella che a mio avviso finora gli è mancata, però, è la volontà (o il tempo o la capacità) di porsi in modo efficace il problema di quelli che in altri Paesi vengono chiamati “servizi alla persona”. Ai problemi dei minori, degli anziani e delle famiglie non si può pensare solo in termini di budget e di risparmi perché quello di cui abbiamo bisogno è un grande rinnovamento, nel numero, nella organizzazione e nella cultura di questo tipo di servizi. Di cui anche il dilagare dei femminicidi ci sottolinea la necessità e l’urgenza.

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