Ebbe ragione Occhetto. Ma la svolta si poteva fare diversamente?

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Non si volle andare verso la socialdemocrazia e prevalse un certo continuismo. A proposito di un articolo di Gianni Cuperlo

Ha avuto ragione Achille Occhetto? Gianni Cuperlo (l’Unità, 31 agosto) risponde, con dovizia di argomenti politici e teorici, di sì. D’altronde lo dice la Storia: se il grosso del patrimonio del comunismo italiano (italiano, sottolineato mille volte) non si è disperso nel vento come quello francese o spagnolo – per non parlare dei partiti comunisti dell’est – è perché Occhetto lo mise al riparo, e non certo furbescamente (sarebbe stata operazione ridicola), dal crollo del comunismo.
Si dice sempre, e non senza giustificazione, che l’atto volontaristico di Occhetto (Natta lo rimproverò di essere “gentiliano”) fu solitario, e che solo grazie a questa “solitudine”  potè andare in porto. È abbastanza vero.
Era già successo tante volte nella vicenda della sinistra italiana e del Pci: Togliatti e la svolta di Salerno, Berlinguer e il compromesso storico, atti di un uomo solo al comando, si direbbe oggi. Ma va anche ricordato che la svolta di Occhetto fu anche la svolta di un gruppo dirigente, da Petruccioli a Veltroni al compianto Visani e altri. Non fu insomma una botta da matto, ma un’accelerazione politica e teorica imposta dal vorticoso girare della storia in quei giorni d’autunno del 1989. Certo fu un tornado sulla testa e sugli animi di milioni di persone.
Fu tutto pubblico: un mega-streaming ante litteram. Cuperlo ricorda che per discutere la proposta di Occhetto di cambiare il nome del Pci il Comitato centrale si riunì per cinque giorni. Cinque giorni! Oggi che tutto si discute in pochi minuti, o addirittura il tempo di un sms o di un tweet, la cosa desterà nei giovani qualche ansia… Ma per cinque giorni i 300 membri del CC del Pci si chiusero nel mitico salone del quinto piano di Botteghe Oscure, intervennero a decine, rimbombarono i no di gente come Natta, Ingrao, Tortorella, una roba mai vista.
Ero stato in qui giorni a Budapest per seguire il congresso del partito comunista ungherese che – incredibile – cambiava nome e diveniva partito socialista: lo cito perché così tocco un punto che a me pare ancora oggi succoso per gli storici e in misura meno notevole di allora anche per la politica italiana.
Il punto è questo: sbagliò Occhetto a non virare verso il socialismo, la socialdemocrazia? Perse così altro tempo prezioso, il partito maggiore della sinistra, per ottenere una legittimazione piena a governare il Paese? O invece fece bene a evitare ogni possibilità di abbraccio con Craxi mantenendo pur sempre una certa “diversità” (post)comunista? Tanti anni dopo, chi può dire cosa sarebbe successo se il nuovo partito – il Pds – avesse detto agli italiani: la socialdemocrazia italiana siamo noi. E sfidare Craxi su questo. E sfidare anche la parte più riformatrice di una Dc che era però già scivolata sul terreno del potere per il potere proprio del tandem Andreotti-Forlani. Chissà. Probabilmente in Occhetto e soprattutto in altre personalità del grupo dirigente – D’Alema in primis – prevalse quella che Reichlin, ma a proposito della non rottura con l’Urss dopo Budapest, dopo Praga, definì “la paura di perdere il partito”.
Il popolo comunista era stato educato da decenni allo scetticismo, se non peggio, verso la socialdemocrazia. Avrebbe potuto svoltare verso quella direzione senza “perdersi”? Lo stesso Occhetto non aveva nulla del socialdemocratico. Più radicale, ex ingraiano, più movimentista, forse avrebbe voluto una specie di Pd ante litteram ma rimase subito impastoiato nel continuismo. Forse la socialdemocrazia oggi è superata ma, come scrisse André Gide a proposito del comunismo, “però bisognava prima arrivarci”.
Era ancora affare di pochi (Napolitano e i dirigenti a lui vicini) individuare nelle esperienze scandinave o anche in quelle del cosiddetto socialismo mediterraneo i lidi cui guardare dopo il conclamato fallimento del socialismo reale, evidente da almeno trent’anni. La “base” era troppo attaccata ai miti e alle categorie che nessuna revisione seria aveva scardinato, mai spingendosi (neppure con la svolta di Occhetto) a mettere in discussione l’Ottobre. Che poteva fare, il segretario, se non tentare di mettere un vestito nuovo su un corpo invecchiato?
Politicamente ebbe ragione lui: vinse il primo congresso, quello di Bologna del ’90, e lo vinse bene, con corredo di lacrime sue e di chi diceva No. Il secondo congresso, a Rimini l’anno dopo, fu la formalizzazione del cambio del nome ma in un clima abbastanza mesto, compresa la paradossale non riconferma di Occhetto come segretario perché molti delegati se n’erano andati! Che una grande operazione finisse in quel modo non fu un buon presagio.
Quel triennio ’88-’91 fu tutto di corsa, per i comunisti. In realtà, in pochi decisivi mesi, fra la Bolognina e Bologna, si cancellò un nome durato quasi 70 anni – e che anni! Achille Occhetto riuscì ad afferrare la ruote dentate della Storia senza lasciarsi travolgere dai suoi misteriosi ingranaggi come lo Charlot di Tempi moderni, ne uscì fuori mentre tutto un mondo crollava, e questo è fuori discussione.
Se poi l’occasione che la Storia offrì a lui e alla comunità di donne e uomini che egli dirigeva fu sostanzialmente mancata è questione aperta. Ma è inoppugnabile che, dopo, ci vollero anni e anni di opposizione un po’sterile, poi Ulivo, di nuovo opposizione, Unione, per arrivare ad una cosa (parola magica, Nanni Moretti docet) che assomigliasse ad una vera forza unitaria di governo. Esattamente, ci sono voluti 16 anni dal Pds al Pd. E qui Cuperlo scrive che i tra due avvenimenti “non c’è partita”: fatto epocale la svolta, operazione molto meno eroica la fondazione del Pd. Il discorso sarebbe lungo. A ogni epoca i suoi leader, piuttosto giganteschi quelli, meno questi.
Ma direi, a parte questo, che la fine del Pci ha evidentemente qualcosa di più profondo della fine della Margherita e degli stessi Ds. Il punto vero però è che il Pd nacque con troppe riserve mentali, troppo come operazione politicista, troppo come mera risultante di vecchi partiti (la dice lunga quell’ “amalgama non riuscito” di D’Alema). Tuttavia nacque, il Pd. In ritardo e coi tutti i limiti ma nacque. E se oggi discutiamo di tutto questo è anche grazie al coraggio di Achille Occhetto, non c’è dubbio, perché è stata la sua Bolognina ad aprire la strada.

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