È tempo di rilanciare la crescita

#Democratica
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E’ tempo ora di rilanciare sulla strada della crescita, dello sviluppo e dell’occupazione, per renderle protagoniste del mondo che cambia

La ripresa non è un dono piovuto dal cielo, ma il risultato di precise scelte – e battaglie – politiche condotte negli ultimi anni. Se la Banca d’Italia può rilevare l’andamento positivo di tutti i principali indicatori – dall’occupazione ai consumi, dagli investimenti alla fiducia – lo si deve essenzialmente a due ragioni di fondo, che riguardano al tempo stesso l’Italia e l’Europa.

La prima è la politica monetaria della BCE, che ha evitato la deflazione e sostenuto il credito e la domanda. La seconda è la flessibilità, che a partire dal 2015 ha consentito di evitare la stretta fiscale prescritta dal Patto di Stabilità, e con essa la ripetizione dell’errore commesso nel 2011, quando la linea di austerità precipitò l’Europa in una seconda recessione proprio mentre gli Stati Uniti uscivano dalla crisi grazie allo stimolo voluto da Obama.

E’ giusto ricordare i vincoli che in quella fase restrinsero i margini di manovra del nostro paese; ma è singolare come autorevoli protagonisti di quella stagione si ostinino a negare le pesanti conseguenze economiche e politiche delle scelte di quegli anni.

Così come colpisce che, a proposito della flessibilità successivamente conquistata, molti continuino a parlare di “decimali” senza riconoscere che l’ordine di grandezza dello spazio fiscale guadagnato (con una dura battaglia politica) è dell’ordine di alcune decine di miliardi, e che senza di esso l’Italia (così come l’Europa) sarebbe oggi in recessione. Sarebbe tuttavia un errore lasciarsi andare all’autocompiacimento.

In Italia e in Europa la ripresa è ancora insufficiente, il gap di investimenti elevato, la disoccupazione troppo alta. Per affrontare questi problemi la qualità delle politiche economiche e delle riforme è fondamentale, ma una marcia a tappe forzate verso il pareggio di bilancio sarebbe esiziale.

Opportunamente, il governo ha negoziato e ottenuto il dimezzamento dell’aggiustamento per il 2018, e ad esso ci si atterrà nella legge di bilancio. E’ evidente però che per il futuro occorra cercare di rendere più organico ed efficace quel superamento delle rigidità del Patto di Stabilità e del Fiscal compact già in parte realizzato grazie alla flessibilità, recuperando in alcuni aspetti (come il ruolo specifico attribuito agli investimenti) lo “spirito” del Trattato di Maastricht.

Per questo, occorrerebbe prevedere un trattamento differenziato degli investimenti, scorporandoli dal calcolo del deficit strutturale entro il “tetto” del 3% (liberando così spazio fiscale per interventi per la crescita e l’occupazione), e lo stesso dovrebbe riguardare altre spese per “beni comuni” (come la gestione delle frontiere e la sicurezza), almeno fino quando il bilancio europeo non sia in grado di farvi fronte appieno. Tutto ciò, nel quadro del completamento e della democratizzazione dell’Unione economica e monetaria, fino alla costruzione di un vero governo economico europeo. Le nostre battaglie di questi anni hanno consentito la “tenuta” dell’Europa e la ripresa dell’Italia. E’ tempo ora di rilanciare sulla strada della crescita, dello sviluppo e dell’occupazione, per renderle protagoniste del mondo che cambia.

 

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