È tempo che Renzi prenda in mano il partito

Pd
Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, durante l'apertura della campagna elettorale del Pd al Teatro Stabile di Mantova, 19 aprile 2015.
ANSA/FILIPPO VENEZIA

Il problema non è la coincidenza tra segretario e premier, ma la necessità di ridimensionare il potere del ceto politico cristallizzatosi negli ultimi vent’anni

L’articolo 3, comma 1 dello Statuto del Pd definisce con queste parole la carica di segretario: “Il segretario nazionale rappresenta il Partito, ne esprime l’indirizzo politico sulla base della piattaforma approvata al momento della sua elezione ed è proposto dal Partito come candidato all’incarico di presidente del Consiglio dei ministri”. La norma – come del resto l’intero Statuto – fu approvata a grandissima maggioranza il 16 febbraio 2008 nel corso della seconda riunione dell’Assemblea costituente nazionale del Pd. Tutto il gruppo dirigente votò compattamente a favore. L’identità di segretario e (candidato) premier è dunque inscritta nel codice genetico originario del Pd, in linea peraltro con il modello diffuso nella generalità dei Paesi europei, dove il leader del partito è anche, in caso di vittoria elettorale, il capo del governo.

Bisogna partire da quel giorno lontano – Matteo Renzi era il semisconosciuto presidente della provincia di Firenze – se si vuole affrontare con onestà la discussione sul partito che si è aperta, invero un po’ confusamente, in questi giorni. Non c’è nessun “uomo solo al comando” che, con arroganza cesarista, vuole accentrare su di sé due funzioni separate o addirittura incompatibili: c’è invece un leader democraticamente eletto che rispetta le regole scritte e approvate dai suoi predecessori.

Chi dunque chiede a Renzi di lasciare la segreteria del Pd, non importa con quali argomenti o motivazioni, dovrebbe chiedere invece una modifica dello Statuto, così come prevede l’art. 42: il che è naturalmente possibile (sebbene curiosamente avvenga con sette anni di ritardo), ma richiede giustificazioni teoriche e politiche un poco più solide del richiamo alle pratiche oligarchiche del passato o della constatazione che il Pd, in periferia, non gode di ottima salute.

E’ vero tuttavia che il Pd non gode di buona salute: o, per meglio dire, mostra all’opinione pubblica due volti diversi, e spesso contraddittori, a Roma e (quasi ovunque) nel resto d’Italia. Da una parte si è venuta formando una nuova classe dirigente impegnata al governo, in parlamento e al Nazareno; dall’altra sopravvive un ceto politico locale in gran parte protagonista di stagioni ormai passate, “renziano” più a parole che nei fatti, e sostanzialmente impermeabile al mondo degli elettori e dei simpatizzanti, molti dei quali trovano sbarrata la strada della partecipazione e della militanza.

C’è dunque bisogno di una profonda ristrutturazione del modo d’essere e di funzionare del partito, che ridimensioni lo spazio e il potere del ceto politico cristallizzatosi in questi vent’anni e apra porte e finestre ad una nuova generazione di elettori e attivisti, fra i quali selezionare nuovi gruppi dirigenti locali, nuovi sindaci, nuovi governatori. E’ un processo complesso e lungo, che richiede un impegno straordinario e che non può essere più rimandato, né sottovalutato. Le campagne elettorali per le amministrative, il referendum e le politiche hanno bisogno di un partito rinnovato e funzionante.

Nessuno meglio di Renzi può dedicarsi a questo compito. Perché è il segretario del partito, naturalmente. E perché ha le idee, le competenze e l’autorevolezza necessarie all’impresa. E’ tempo che Renzi prenda in mano il Pd, con determinazione e risolutezza, e gli dedichi il tempo e l’energia che servono. Un paio di giorni a settimana lasci dunque palazzo Chigi e si trasferisca al Nazareno, giri le federazioni e i circoli, lavori fianco a fianco con la segreteria (rinnovata o meno), ricostruisca e diriga, convinca chi vuole andarsene e promuova chi vuole entrare. Il Pd ha un segretario robusto e determinato: è tempo di approfittarne.

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