E sullo stato di diritto scoppia la guerra fra Ue e Polonia

Scenari
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E’ il più serio braccio di ferro fra Bruxelles e un paese membro

Si aggrava il confronto tra la Commissione europea e il governo polacco, scoppiato lo scorso gennaio per via delle modifiche operate da Varsavia su composizione e regole del Tribunale costituzionale.

Una lesione allo stato di diritto, secondo Bruxelles, che aveva avviato un’apposita, e inedita, procedura di monitoraggio.

La scorsa settimana Varsavia aveva effettuato qualche cambiamento alla riforma, ma per il vice presidente della Commissione, Frans Timmermans, la faccia e la voce di Bruxelles in questa controversia, sono misure cosmetiche. Lo strappo resta.

È così che la Commissione, ieri, ha dato a Varsavia tre mesi di tempo per emendare nuovamente la riforma e renderla una volta per tutte compatibile con i principi dello stato di diritto. Passato questo periodo, la Commissione potrà chiedere al Consiglio europeo di mettere ai voti la questione ai senti dell’articolo 7 dei Trattati europei. La Polonia rischia la sospensione di alcuni dei diritti di voto in seno allo stesso Consiglio.

Un esito del genere appare al momento improbabile. I Paesi dell’Europa centrale sosterranno Varsavia, se e quando si andrà alla conta su questo tema al Consiglio. Ma di certo si è in presenza del più serio braccio di ferro mai registrato tra la Commissione e un Paese membro dell’Ue. Tecnicamente, ma anche dal punto di vista politico.

Il governo polacco, espressione di Diritto e Giustizia (PiS), partito populista fondato e guidato da Jaroslaw Kaczynski (nella foto), ritiene infatti che la riforma del Tribunale costituzionale sia pienamente legittima e che questa stessa legittimazione sia sorretta dal largo consenso popolare ottenuto alle elezioni dello scorso ottobre, quando PiS ottenne il 37% delle preferenze e il diritto a formare un esecutivo monocolore.

Tutto questo è in linea con l’idea di democrazia di Kaczynski: una democrazia sovrana, bagnata – appunto – da un forte consenso, fondata su un governo capace di decidere e allergica a pesi, contrappesi, filtri e procedure. Il Tribunale costituzionale, con il suo potere di vaglio, è in questo senso un ostacolo fastidioso. E lo è anche l’Unione europea.

La Commissione, secondo Kaczynski, non può intromettersi fino a questo punto negli affari interni di uno Stato membro. Qui entra in gioco anche la visione di Europa scolpita nella testa dell’uomo forte di Varsavia e ribadita all’indomani del referendum sulla Brexit. Kaczynski è contrario a un’Europa che tende al federalismo; la concepisce al massimo come un’alleanza tra Stati sovrani.

Quindi, stando così le cose, la Commissione non può pretendere che la Polonia, uno di questi Stati, rimetta mano in modo così radicale alle leggi che approva.

Bruxelles ha un’altra linea. “Essere membro dell’Ue significa avere una giustizia indipendente, e in questo caso questo è il problema”, ha affermato Timmermans ieri, di fatto riferendosi all’esistenza di un nucleo inviolabile di principi, tra i quali la separazione dei poteri e lo stato di diritto, che devono essere condivisi e rispettati da tutti i soci del condominio europeo.

La Polonia si sta ponendo fuori da questo perimetro, ed è compito della Commissione intervenire, con un compromesso o un’azione risoluta, se sul primo aspetto mancasse una sintesi. Questo, in sintesi, l’approccio di Timmermans.

In attesa di capire se si consumerà lo scontro frontale e finale, o se i contendenti troveranno in questi tre mesi un accordo (e sembrerebbe nel loro interesse evitare lo strappo irreparabile), è utile ricapitolare la vicenda.

Tutto è iniziato alla vigilia delle elezioni dello scorso ottobre, quando il governo uscente, liberale, ha effettuato cinque nuove nomine (sui quindi giudici totali del Tribunale). Era autorizzato però a compierne due soltanto.

A questa forzatura, è seguita quella del governo, che ha scelto i suoi cinque giudici, ignorando le tre nomine legittime dell’esecutivo uscente. A dicembre, poi, il Parlamento ha modificato quorum e maggioranza necessaria per le delibere, innalzandoli entrambi. E qui la Commissione ha avviato la procedura per il monitoraggio dello stato di diritto, ritenendo che questi cambiamenti rendessero legnoso, incerto e inefficace il funzionamento del Tribunale, e quindi sbilanciassero a favore del governo e del Parlamento gli equilibri tra poteri.

In questi mesi, mentre in Polonia si è manifestato contro le mosse del governo sulla giustizia e s’è consumato lo scontro aspro tra governo e presidenza del Tribunale, Bruxelles e Varsavia hanno cercato di negoziare una via d’uscita a questo impasse.

Il 22 luglio il Parlamento polacco ha licenziato degli emendamenti alla riforma del Tribunale.

Quello più contestato riguarda l’esame dei vari casi, che deve seguire un ordine cronologico. E quindi una questione di poco conto per la qualità della democrazia e per i diritti dei cittadini potrebbe in teoria essere discussa e deliberata prima di un caso ben più importante, anche se è previsto che il presidente del Tribunale possa in teoria disporre altrimenti.

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