E se dietro al successo di Zalone ci fosse Checco Zalone?

Cinema
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Il comico barese infrange tutti i record d’incassi e ormai da un mese, già dal primo week end di proiezione del film, è sulla bocca di tutti. Ma se il suo successo avesse una spiegazione molto più semplice di quella che tutti si affannano a cercare?

Oltre alla glorificazione messa in atto da più parti, esponenti politici biparisan compresi, attorno a Quo Vado si è acceso un vero e proprio dibattito, spesso con toni e contenuti da bar dello sport, altre volte con il linguaggio aulico della critica più intellettuale. Il tema principale è capire in che modo il comico barese sia riuscito in un exploit tanto roboante; se è vero che il cinepanettone è in parabola discendente, che la comicità di qualità raramente riesce a mettere insieme tali numeri e che nemmeno il recente Star Wars ha raggiunto risultati così clamorosi, come si spiega Checco Zalone?

In molti hanno individuato la soluzione del rebus nella capillare distribuzione del film: praticamente, dicono, il film era (ed è tuttora) presente ovunque; giocoforza, le persone che escono di casa per recarsi al cinema vanno a vedere Quo Vado. Tale spiegazione contiene sicuramente una verità, l’onnipresenza della pellicola nelle sale, ma annulla totalmente il libero arbitrio umano, che fortunatamente ci consente di rinunciare a fare qualcosa se non ne abbiamo voglia.

Un’altra angolazione del dibattito prevede la dicotomia tra arte nobile e intrattenimento. Molti sono fermamente convinti che quella di Checco sia una comicità che va rispettata per il successo ottenuto, ma che non fa bene al nostro cinema; e anche qui è evidente la contraddizione: perché andrebbe rispettato un film che nuoce alla cultura nazionale?

Altri ancora vedono la faccenda attraverso la lente della politicizzazione; l’opera in questione sarebbe troppo poco incisiva nella sua critica alla classe politica dominante, oppure troppo critica verso un’unica parte politica, oppure troppo qualunquista nel suo non prendere una posizione: come se fosse necessaria un’esplicita presa di posizione politica, o critica sociale, per legittimare una pellicola cinematografica.

In pochi hanno però inquadrato la specificità comica di Zalone; nel tentativo di individuarne una discendenza, sono stati scomodati una serie di paragoni improbabili, da Lino Banfi ad Alberto Sordi, e allo stesso tempo, con l’intento di sminuirlo, sono stati fatti confronti ingenerosi: “Sicuramente non è Massimo Troisi“.

No, evidentemente Zalone non è Troisi. Ma anche lui possiede una dote fondamentale per questo mestiere: fa ridere.

E, attenzione, non è tanto Quo Vado che fa ridere, è proprio lui a divertire, Zalone, che riesce ad essere comico quasi senza fare nulla, anche con il semplice accennare, incrinando un sopracciglio, annacquando un minimo lo sguardo. Fa ridere anche quando rimane serio: come se già nel suo modo d’essere fosse espressa una potenzialità comica.

In questo aspetto è molto più vicino a uno come Ben Stiller, quello che ci strappa una risata preventiva al solo apparire in scena: più simile ad un fumetto che non ai comici italiani sopra citati. E come nel cult movie Zoolander, che si regge quasi esclusivamente sulla capacità comico-ancestrale del suo protagonista (e del partner Owen Wilson), anche Quo Vado più che un film è un’ ingegnosa catena di espedienti, un modo per mettere in moto Zalone. Quindi nessuna particolare intelligenza di fondo, nessun interessante sottotesto, nessuna ficcante analisi sociologica: e se questo non rende la pellicola una pietra miliare, di sicuro nemmeno depotenzia in alcun modo la sua portata comica.

Ciò che vogliamo dire è perfettamente esemplificato nel filmato qui sotto, dove Zalone è ospite di una trasmissione televisiva: in particolare dal minuto 1 e 20, quando il comico entra in studio nei panni di Giovanni Allevi. Oltre a mettersi la parrucca, contrarre un po’ l’espressione e imitarne la risata isterica Zalone non va oltre, e infatti l’imitazione dura ben poco: ma tanto basta a far contorcere gli spettatori dalle risate.

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