E se a Napoli il Pd parlasse con Saviano?

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Roberto Saviano nel corso della deposizione come persona offesa al processo per le minacce subite dal clan dei casalesi, Napoli, 7 ottobre, Roma.  ANSA/CESARE ABBATE

Renzi lancia l’idea di un commissario per il Pd napoletano: ma deve essere una cosa di respiro

A Napoli il Pd è un partito finito, o quasi. Fuori dal ballottaggio cinque anni fa, fuori dal ballottaggio oggi. Meno votanti, meno iscritti, meno tutto.

Bassolino ha detto che “peggio non si poteva fare, abbiamo perso senza neanche combattere. Non siamo andati al ballottaggio e non si è combattuto neanche al primo turno”. Onestamente non sappiamo se e quanto l’ex sindaco si sia impegnato dopo aver perso le primarie ma forse non sarebbe cambiato molto.

Il risultato è che nell’oceano del malessere sociale e politico napoletano domina un personaggio anomalo – metà caudillo metà descamisado – come Luigi de Magistris; persiste un po’ di destra raccolta intorno ad un consunto Lettieri; la sinistra di qualunque tipo e natura non c’è più o è poca cosa. Molte persone di sinistra o si sono astenuti o hanno votato per de Magistris, perché  nel panorama hanno visto solo questo.

La sinistra riformista di matrice socialista, comunista o anche liberale sta ormai solo nella memoria dei più anziani: nessuno pretende nuovi Amendola, De Martino, Napolitano e però è vero che dopo l’epoca di Bassolino la sinistra ha dato alcuni bravi dirigenti ma nessun grande leader. E gli intellettuali, registi, scrittori progressisti con la politica napoletana non vogliono avere nulla a che fare.

Intanto in città tutto scorre come al solito fra camorra, delinquenza, disoccupazione, disagio sociale, quartieri fantasma… E la politica non abita più qui. La Napoli del 2016  non sa che farsene di un partito ripiegato, minoritario, litigioso: e tantomeno i militanti e gli elettori del Pd ne hanno bisogno.

E allora, questa idea di Renzi di nominare un commissario per ricostruire tutto dalle fondamenta ha un senso. Ma ad alcune condizioni. Date le dimensioni quantitative e qualitative del disastro napoletano, il Pd tutto deve fare tranne che un’operazione burocratica e di mera ricostruzione organizzativa: non si tratta di “aggiustare” i gruppi dirigenti, magari attraverso i soliti bilancini fra le correnti, ma di ricominciare da capo, partendo dall’ascolto di una grande e meravigliosa città che ti ha abbandonato. Aprirsi, sollecitare, persino lasciarsi attaccare.

Non serve dunque un commissario inviato da Roma per mettere ordine sulle tessere e nei circoli non funzionanti che sta lì due giorni a settimana: altro che rapporto Barca, a Napoli! Bisogna ricostruire un’idea di partito, un gruppo dirigente fatto di giovani e meno giovani – perché la rottamazione non può essere un dato anagrafico ma di contenuti.

Nel recente passato, esponenti del Pd come Andrea Orlando e Gennaro Migliore sono stati inviati da Roma ma per occuparsi di emergenze legate a primarie discusse o comunque a fatti specifici. Qui ci vuole un altro respiro, un tempo più lungo e mezzi adeguati. Qui ci vuole qualcosa di veramente straordinario. Qui bisogna “capire Napoli”, sia quella di “Un posto al sole” che quella di “Gomorra”, qui bisogna sudare e pure prendersi le pernacchie. E anche chiedere scusa per tutte le volte che si è considerata la politica come un mezzo privato per interessi opachi. A Napoli la prima cosa che bisognerebbe fare è andare a vedere con rinnovato le zone del dolore, i punti sanguinanti della città, e chiedere lumi agli uomini e donne dello Stato che quotidianamente si danno da fare facendo sentire loro che non sono soli.

E poi bisognerebbe chiedere un confronto a Roberto Saviano. Il quale non è che debba stare simpatico per forza, chi se ne importa. Ma si tratta di una persona eccezionale, anche quando dice cose o sgradevoli o non condivisibili. Va ascoltato.

Anche oggi lo scrittore su Repubblica ha attaccato duro il Pd e Renzi, colpevole per lui di “aver deciso di non rinnovare il Pd”. “Sembrava quasi volesse perdere”: se così fosse, Renzi sarebbe un pazzo o uno sprovveduto o un traditore del suo stesso partito. Più verosimilmente Renzi non ci ha messo l’impegno che era necessario, non ha avuto il giusto slancio, ma il punto è che adesso il segretario-premier ha deciso un cambio di marcia, e l’autore di “Gomorra”, che dà di questo un’interpretazione puramente tattica, andrebbe convinto che l’ambizione è ben altra: sottrarre Napoli alla ineluttabilità della sua rovina, morale e materiale.

In questa situazione desolante lo scrittore non sa “che cosa si possa fare concretamente” – e chi ha la ricetta magica? – ma “sente” che la lenta risacca napoletana deve trovare un qualche sfogo razionale e pulito, e si rivolge al Pd quasi istintivamente, al modo pasoliniano, pur nel suo stile ombroso e moralistico, nel senso seicentesco del termine: il segretario del Pd “prenda posizione, sappia indicare pochi e decisivi punti su cui cambiare il territorio – lo faccia e lo faccia presto. Sì, fate presto: se potete”. E’ una invocazione d’aiuto: va raccolta, in qualche modo, prima che si faccia completamente buio. 

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