E Rambo vince ancora. Talk show, abbiamo un problema

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I giornalisti affrontino il problema invece di risentirsi

Ci risiamo. Anche ieri i talk del martedì – Ballarò e DiMartedì – sono stati battuti da Rambo (neanche il primo, ma Rambo 2 la vendetta). Questi i dati: Ballarò, 4,41. DiMartedì 4,74, Rambo 2 la vendetta 5,52.

Non c’è da esserne contenti: c’è da prenderne atto. C’è di che discutere. Liquidare il problema dicendo che è parte di una questione generale che riguarda il dibattito pubblico in Italia, come ha fatto ieri sera Massimo Giannini, è un po’ buttarla in tribuna.

Insomma, i talk show perdono ascolti. I quotidiani perdono copie. I giornalisti sono molto meno considerati di una volta, per usare un’espressione elegante. Cari colleghi, ne vogliamo parlare? Ne vogliamo parlare – noi – senza sentirci offesi se ne parlano altri? Anzi, diciamola tutta: se ne parla il presidente del consiglio? Tutto serve tranne rinverdire una guerra di religione fra politica e giornalismo: sarebbe solo un ulteriore e defatigante episodio di una storia decennale che, trent’anni fa vedeva Craxi contro gli intellettuali del miei stivali, quindici anni fa l’editto bulgaro, e chi più ne ha più ne metta. Però non è che tutte le volte che si pone la questione della qualità dell’informazione la nostra categoria può esibire dispetto e richiamarsi alla pagina nera del “berlusconismo bulgaro”: anche perché mentre i giornalisti reagiscono così gli ascolti continuano a calare e le copie pure. E siamo daccapo. E loro – i politici – sparano nel mucchio.

Non giriamo attorno al problema. Le critiche di Renzi al “racconto” che si dipana nei talk show hanno sollevato presso chi fa informazione televisiva il timore di una sua più o meno scoperta voglia di ingerirsi nei palinsesti, nei programmi e così via. Io credo che non sia così, ma tanto lo si verificherà presto. E’ assolutamente normale che il capo del governo e il sistema mediatico siano permanentemente in contraddizione, guai se non fosse così, ma non è questo il punto. Il punto è la contraddizione tra il sistema mediatico e l’opinione pubblica. La discrasia fra la narrazione televisiva e il senso reale delle cose.

Non è che uno vuole essere sempre nostalgico del tempo passato e delle Samarcande che furono, però fa riflettere quanto ha scritto sul nostro sito Unità.tv Stefano Balassone: “Nei prototipi del genere c’era il sapore della novità (possiamo testimoniarlo perché all’epoca eravamo nella Terza Rete di Ferrara, Santoro e Lerner). Poi è subentrata la maniera, il dibattito si è fatto pollaio, il reporter d’assalto è diventato la caricatura di Chiambretti e Ruotolo (un paio di sere fa ci è toccato vedere uno che “incalzava” Renzi – perché l’aereo di Stato anziché Ryan Air? – con la ormai scontata tecnica di bofonchiare nel microfono, a esclusivo uso del pubblico televisivo)”. Ora, alzi la mano chi non è pronto a sottoscrivere. Dalla vicina di casa al più autorevole massmediologo sono tutti d’accordo nel dire che la nostra tv è vecchia, e vecchia è l’informazione politica. D’altra parte, se format decennali perdono ascolti, se giornali identici da anni perdono copie, se perfino i siti che non si muovono perdono clic, il problema non può essere del popolo. E nemmeno del governo. Cari colleghi, il problema è come la tv racconta il Paese.

Chi fa tv replica che il problema è tutto della politica, della sua offerta banale, ripetitiva, incolta. Che non ci sono più i Berlinguer, gli Almirante, i Fanfani, i Craxi – erano milioni gli italiani che seguivano le Tribune politiche di Ugo Zatterin e Jader Jacobelli. Vero. Altri livelli.

Ma questa non può essere una scusa, tanto più che molti “mostri” televisivi sono stati creati dalle tv medesime che poi gli rimproverano di far crollare l’audience. E poi quei politici della Prima repubblica non è che andavano in tv tutte le sere come il Salvini schiumante e onnipresente, il Landini urlante e comiziesco, il Cacciari bastian contrario a prescindere, la Santanché aggressiva e provocatrice. Tutte le sere. Poi dice che uno spegne.

 

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