È presto per cantar vittoria

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Officials count the votes of the Dutch referendum about the association agreement between the EU and Ukraine, in Schiermonnikoog, The Netherlands, 06 April 2016. The Netherlands voted in a referendum to decide in favor or against the ratification of the Association Agreement between the EU and Ukraine. According to initial results, 64 percent voters have rejected the EU agreement with Ukraine in the referendum, although exit poll showed turnout may have been too low for the vote. ANSA/CATRINUS VAN DER VEEN

Il populismo non ha vinto in Olanda, ma ha dettato agenda politica e semantica delle elezioni

In settimana in molti abbiamo tirato un sospiro di sollievo dopo le notizie politiche in arrivo dall’Olanda. Il Guardian il 16 marzo nel suo «punto di vista del Guardian sulla sconfitta di Geert Wilders: buona notizia da trattare con cautela», ricorda che questo appuntamento elettorale era considerato un test per il populismo in Occidente, in vista delle prossime elezioni in Francia e in Germania.

Quando il Pvv ha ottenuto circa il 13 % dei voti, la reazione da più parti in Europa è stata di compiacimento. Il nostro Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni dal suo profilo Twitter, ha scritto: «No #Nexit. La destra anti Ue ha perso le elezioni in Olanda. Impegno comune per cambiare e rilanciare l’Unione» e anche la Cancelliera Angela Merkel ha parlato di un risultato favorevole a l l’Europa. Tuttavia, ammonisce ancora il Guardian, Wilders pur avendo perso ha comunque ottenuto cinque seggi in più rispetto al 2012. Attenti dunque a festeggiare lo scoppio della bolla populista in Olanda. Wilders non ha vinto ma ha dettato agenda politica e semantica delle elezioni. Possiamo anche continuate a parlare di sondaggi, media, distanza élite-popolo.

Ma il tema dell’islamofobia, delle paure legate all’integrazione e all’immigrazione hanno dominato il dibattito pubblico in Olanda, ben oltre il reale peso di queste istanze nella vita degli olandesi. E su questo Wilders ha vinto. Non a caso gran parte degli analisti conferma che il premier Rutte può rivendicare la vittoria, anche grazie alla durissima polemica con la Turchia di questi giorni. Quindi bene la frenata dei populisti, anche se non hanno mai avuto una sola chance di vincere e di causare la Nexit, molto meno bene la deriva dei temi demagogici che sta investendo tutte le democrazie liberali occidentali. E su quest’ultimo punto io non sto sereno per nulla. Sotto questo aspetto c’è molto da fare.

Innanzitutto non si può ignorare che la paura dell’altro e la diffidenza verso lo straniero esistano. Non stiamo parlando della fondatezza o meno di questi atteggiamenti ma della percezione che ne hanno le persone. È un tema da affrontare, seriamente. Come conciliare apertura e sicurezza? Come evitare l’erronea equazione immigrato-terrorista? Come permettere l’integrazione in maniera rispettosa? Ancora, cosa dobbiamo fare per sentirci più europei e appassionarci a quel lungo cammino reso possibile dai Trattati di Roma, di cui celebriamo quest’anno il sessantesimo anniversario? Possiamo essere davvero capaci di ridimensionare lo spettro populista solo se offriamo risposte convincenti a queste domande.

Non basta stigmatizzare i messaggi o le forze politiche che si schierano contro parte dell’establishment, che hanno paura di chi è diverso da noi e che rifiutano l’apertura. Se è vero che i populisti accarezzano le paure delle persone, allora noi quelle paure dobbiamo ascoltarle, analizzarle e ridimensionarle. Se è vero che i populisti si presentano come gli unici portavoce del popolo, allora noi dobbiamo impegnarci per diventare più popolari. Dobbiamo essere cioè in grado di andare verso le persone. Nel tempo delle barriere, della rivendicazione degli interessi singoli, che si tratti di gruppi o di intere Nazioni, la risposta deve essere al contrario tendere una mano a chi è intorno a noi.

Mai come oggi abbiamo bisogno di recuperare un senso di umanità autentica, di andare gli uni verso gli altri. Mai come oggi la risposta ai mali del nostro tempo deve essere politica. Siamo chiamati a prenderci cura degli altri. Sul punto è stato molto chiaro anche il Ministro Martina che in un passaggio del suo intervento al Lingotto ha detto, tra le altre cose, che il Pd deve aspirare a diventare un partito-comunità, capace di formare, di ascoltare e appunto, di prendersi cura. Ebbene preoccuparsi degli altri equivale anche ad ascoltare i loro timori e a cercare delle soluzioni che siano però compatibili con la tolleranza, la libertà e i nostri valori più profondi. Soltanto in questo modo è possibile frenare l’avanzata populista. Saremo a l l’altezza di questa sfida?

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