È possibile imparare dal terremoto

Terremoto
Una veduta della frazione di Castelluccio di Norcia il giorno dopo la forte scossa di terremoto che ha colpito l'Italia centrale, 31 ottobre 2016.
ANSA/ MATTEO GUIDELLI

Imparando oggi saremmo meno esposti alla straordinarietà delle catastrofi succedutesi lungo la filiera che percorre la dorsale appenninica

Ci si chiede perché sappiamo così poco della “grande faglia” che dall’Africa occidentale continua ad avanzare in direzione della costa europea, avendo in Italia uno tra i più coerenti, addirittura sistemici fenomeni geologici prodotti dalle strutture ancora ribollenti del nostro pianeta.

Se nelle scuole, nei licei, nelle università, nelle più specifiche istituzioni, ma anche attraverso una comunicazione popolare, si fosse data una ragionevole accessibilità all’educazione dei saperi cosiddetti “alti”, se via via si fosse sia pure empiricamente aggiornata la nozione, e quindi la memoria, di un “soggetto naturale” che continua a produrre uno dei più organici movimenti tellurici in atto nella Terra, oggi saremmo meno esposti alla straordinarietà delle catastrofi succedutesi lungo la filiera che percorre la dorsale appenninica, un dato già noto, specie in Italia, da almeno quattrocento anni. Ciò premesso sorge una domanda: perché non è mai nata una fruibile nozione della “precarietà naturale”, e quindi un’abitudine ad affrontare il fenomeno per dovergli opporre non il fatalismo e la paura, ma l’educazione alla previdenza e ai lasciti della tragedia.

Se la Terra è scesa dai 60 ai 70 cm. di territorio, non si dovrà dare un diverso segno alle “ragioni” della natura? «Era il cuore dell’Italia, e non esiste più», «Lasciateci stare su questa terra, è la sola casa rimastaci», scrivono ai giornali quanti si esprimono con una umana, ma insostenibile innocenza. Vediamo, in tv, persone responsabili e consapevoli che percorrono i luoghi del sisma, e si sentono dire: «Questi cumuli di calce e di pietre restano la nostra ragione di essere al mondo, altrimenti dovremmo dire che non esistiamo più».

E immaginiamo con quali principi civili e morali si parlano, l’un l’altro, l’animo privato e pubblico, pietoso e pratico, fraterno e giudice della realtà, specie quando le scelte più razionali si accompagnano agli adescanti richiami della psicologia del dolore, che chiede di ricostruire lo scenario di una distruzione, troppo simile a quella, si direbbe, prodotta dalle bombe lanciate con precisione millimetrica sui luoghi qua e là imbiancati, e troppo uguali ai piccoli e grandi cumuli lasciati da una guerra. La disperazione non si sarebbe aggiunta al dolore se nei tempi andati fosse emersa una cultura delle tragedie via via scoppiate lungo un calvario, mentre ai bambini delle elementari si insegnava, innocentemente, a «nascondersi sotto il banco»; ed è successo che, come sorpresi in un gran gioco, rimanessero vittime dal crollo della scuola. I terremoti hanno avuto da sempre brevi ricordi, tutto si ripeteva in un rito naturale.

Le impreparazioni sommarie, i restauri deboli o fittizi, il malaffare confuso con l’insipienza e l’insi – curezza sono oggi sotto il giudizio di scienziati, geologi, ingegneri, vulcanologi, tecnici, sociologi, urbanisti, un patrimonio spesso sconosciuto o inascoltato. Ma come si potrà accogliere la richiesta di poter risorgere, casa dopo casa, dalla devastazione? Come immaginare di poter riprodurre un tessuto sociale sconvolto da un gran numero di assenze? Dove riconoscere la quantità di vuoti da colmare se il disastro ha fatto un tutt’uno di tutto? E come non chiedersi se quando finirà lo sciame non tornerà un nuovo terremoto? È, per la verità, già sollecita e avveduta la prima fase di una articolata strategia dell’emergenza; il governo invita i sindaci a creare e indirizzare un clima che tenga in vita ciò che potendosi fare perciò stesso va fatto, superando via via la lenitiva risorsa degli “aggiustamenti”. E difatti il “clima” è nuovo. Certo, per rimettere insieme una cittadinanza rinata dai progetti, non dalle soluzioni mirabolanti, occorrerà lasciare alla “rico struzione” i simboli sociali, artistici, civici, religiosi per rivedere in piedi i segni di chi si augura le reviviscenze dei beni collettivi. Per la seconda fase occorrerà aprirsi all’idea di considerare, dopo la sosta nelle case a “quattro ruote” o negli alberghi, la più contigua, accogliente, rassicurante protezione logistica, cui affidare un risveglio singolo e comune, usando materie e tecniche idonee, cioè non facendone un succedaneo del cemento, ma la scelta di una nuova osservanza del principio della responsabilità e del criterio della sicurezza.

E ciò perché resti la reale e simbolica restituzione di una energia perduta e ritrovata con un’operazione psicologicamente e realisticamente suscettibile di nuove solidarietà; dove l’identità sepolta da un’invincibile violenza rinasca dalla voglia di esistere, non solo di vivere. Ho conosciuto dei giovani che si chiedono dove cercare se stessi, e lassù rivedrebbero il loro futuro nascere a due passi dal passato; con i vivi, i morti, e l’orgoglio di partecipare a un progetto – comprese le volontà dichiarate da alcuni imprenditori già pronti a insediare un’impresa – ricreando una non più arresa, dolente identità. Materia, insomma, per fare, del cambiamento, il diritto e il modo di non sentirsi spaesati e apolidi, anche domani, sulla propria terra . Non penso che si dovrà redimere solo il cemento, la realtà è dovunque giudicata da chi è ricorso a una moderna, vitale “strategia del legno”.

La si invoca anche per i luoghi “a rischio”, mentre c’è chi coglie l’occasione per incolpare dei disastri noi tutti, bisognosi di un’atroce, inflessibile punizione, nientemeno, di Dio. Grazie, Francesco, per aver distrutto bruscamente la risibile visione del teologo apocalittico. «Spesso – aveva detto il papa tempo fa – la realtà è migliore persino di una buona idea». Ciò vale se si capisce che oggi il primo vero cambiamento è la sua velocità; quando cioè non si allungano le distanze da un domani che non contempli, con la realtà, anche la politica del cambiamento.

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