E’ il nepotismo il problema del sistema universitario italiano?

Community
universita

Ogni tanto un Cantone, una Roberta D’Alessandro lanciano una sassata nello stagno, volano un po’ d’anatre e di piume e poi tutto si rasserena

Quante se ne sono state dette, quante ne stiamo dicendo e quante ne diremo sul nepotismo universitario? Ogni tanto un Cantone, una Roberta D’Alessandro lanciano una sassata nello stagno, volano un po’ d’anatre e di piume e poi tutto si rasserena. “Il vero problema è la scarsità di fondi”, “Non si può fare di ogni erba un fascio”, “la produttività e la qualità media della ricerca sono altissime a fronte della scarsità di fondi e dunque vuol dire che il sistema è buono” , ci rassereniamo, smussiamo le massimizzazioni, com’è giusto che sia, e così procediamo, fino a quando non arriva un fatto nuovo a smuovere le acque.

Il personale è politico, dicevamo una volta e mi ritrovo qua a osservare quello stagno come se fosse, ed è, lo specchio della mia vita. Chi non vuole leggere non legga, ma chi ha vissuto una storia simile, perché è la somma dei racconti simili in questa storia che farà la differenza, mi scriva e vediamo insieme come sbrogliare il bandolo di una matassa sempre ingarbugliata. Il 13 luglio del 1992, non ancora a due mesi dalla morte di Falcone e una settimana prima della morte di Borsellino, mi sono laureata a Palermo in Architettura, 110/LODE, media del 29,9, pubblicazione della tesi, con una tesi in Progettazione Architettonica, nonostante il mio indirizzo fosse la Storia dell’Architettura. E dunque Mila? Il 21 luglio mi misi su un treno e me andai a studiare in archivio a Roma per poter sostenere nella primavera successiva l’esame di dottorato in storia dell’architettura a Palermo, era nelle cose, lo avevo deciso al liceo che quello avrei fatto, studiare arte, diventare una storica dell’arte.

Mi classificai prima nello scritto, era nelle cose. Ero serena e soddisfatta, sicura, il mio percorso di vita era sempre stato “prima la scuola, prima lo studio, se studi riesci”, così mi avevano detto i miei genitori, così mi avevano insegnato i miei insegnanti. All’orale iniziarono a farmi domande che poco c’entravano col merito dell’esame e mi si apriva sotto i piedi una voragine che non avevo mai intravisto né supposto in tutta la vita: l’ipotesi che non avrebbero riconosciuto i miei meriti. Venni bocciata.

Diciamola tutta: non avendo fatto una tesi in storia dell’architettura perché mai decidevo di fare un dottorato in storia dell’architettura? Domanda strana, risposi, ho seguito un indirizzo storico e sul restauro e poi la legge italiana dice che posso sostenere un dottorato in fisica anche se posseggo una laurea in lettere, per dire. Venni bocciata. Iniziò il mio calvario che poi divenne una barzelletta, sostenni l’esame di dottorato anche nel ’94, nel ‘95, nel ’96 e nel ’97. Bocciata, anche quando i posti a concorso erano 10 o più.

Chi vinceva? Un “figlio di”? Non tanto un figlio di sangue, ma un figlio di scuola sì, cioè il neo laureato dei professori in commissione, oppure vinceva a Palermo un neo laureato di Venezia e a Venezia un neo laureato di Palermo, a seconda della composizione della commissione e dello scambio di gentilezza tra dipartimenti. Io intanto macinavo bocciature e anni e continuavo ostinata a sottopori a quell’esame.

Mai mi passò l’idea di far ricorso, nella mia famiglia era così granitica l’idea della correttezza, pur di fronte all’evidente scorrettezza. I miei erano maestri di scuola e, posso dirlo, soffrivano più di me. Mai mi venne in testa di andare a parlare con qualcuno. Mai venne in testa ai miei. Fino a quando un uomo fornito di pietas, un professore non palermitano che era in commissione non mi chiamò a parte e mi disse “lei è bravissima ma non deve vincere, se ne vada da Palermo se vuole fare ricerca, tenti l’esame per la specializzazione in restauro a Roma, e dopo la specializzazione lo tentì lì, sarà un percorso pur sempre accidentato ma non precluso”.

Lei è bravissima ma non deve vincere. A Roma entrai facilmente alla scuola di restauro, mi classificai tra i primi, vinsi anche la borsa di studio. E’ ovvio che non è la notte nera dove tutte le vacche sono grigie. E, dopo i due anni di specializzazione, superai l’esame di dottorato in Storia dell’Architettura. Poi la vita ha virato per altri motivi, sono diventata una docente di ruolo, sono tornata a Palermo e dentro di me quella rabbia la riverso nel disegnare un destino diverso per i figli di nessuno.

Se qualcuno ha vissuto quello che ho vissuto io può comprendermi se confesso che quel giorno, dopo averi visto il mio nome in cima tra i vincitori del dottorato, me ne andai là vicino dentro il Pantheon, da sola, a piangere non so se di gioia, di stanchezza o di altro. O mutos deloi oti. Nel 1993, anno del mio primo concorso, non c’erano problemi di risorse. Le borse erano 14. Non fu nemmeno nepotismo, chi vinse non era figlio di sangue ma figlio di accademia. Il problema non era e non è il nepotismo, ma il carattere proprietario della ricerca in Italia. Nessuno, né tra i docenti, né tra gli esaminandi, né quell’anno, né negli anni successivo trovò strana o condannabile la mia vicenda.

Se avessi fatto riscorso subito forse avrei avuto il mio dottorato a Palermo. Come se la giustizia e la punizione di un torto subìto fossero solo affare da tribunale e non questione etica da affrontare prima o poi dentro il sistema universitario. Anzi, se avessi atto ricorso e lo avessi vinto, avrei svolto il mio dottorato ma, se non fossi diventata figlia di accademia e non della ricerca libera e fine a se stessa, alla fine dei miei tre anni qualcuno mi avrebbe fatto capire che “cara Mila, la tua avventura dentro l’ateneo finisce qui”.

Questo accadeva nel 1993 e questo accade oggi nel 2016 mi pare di arguire dalla denuncia di Cantone. Che sia corruzione credo lo dicano solo Cantone e coloro che denunciano. Per tutti gli altri, visto il silenzio totale del mondo accademico che rimbomba più di ogni parola, non sembra essere un problema, “il problema è altrove”.

E  allora qualche domanda a me viene da farmi o da fare. E’ il nepotismo il problema del sistema universitario italiano o il carattere proprietario della ricerca, che cozza con l’idea stessa di ricerca? Non nascondiamoci dietro il concetto di “scuola”, perché sappiamo tutti distinguere la “scuola” dai casi di paternalismo amorale che informano molti concorsi italiani. Pochi? Alcuni? Rari? Diffusi? Solo uno e dunque fa parte della normale statistica dei delitti e la responsabilità è di chi se ne macchia e dunque va tutto bene madama la marchesa e il problema degli atenei sono i fondi, la burocrazia, le norme? Ok, può darsi. Ma la mia domanda è un’altra: a fronte di quel caso perché tutti gli altri in quell’ateneo tacciono?

Io non dico che nei concorsi a cui partecipai non venissero selezionati dei bravi dottori di ricerca, dico solo che i criteri erano impari. Da un lato i protetti e dall’altro gli esclusi. E’ accaduto solo a me? Né i protetti, né i protettori trovarono nulla di male nell’agire come agirono. E’ accaduto solo a me? Può darsi, ma quella che io denuncio è l’omertà del sistema, fosse anche solo il mio caso, e non lo è. E dico e ridico: il problema delle risorse? Certo. Ma è un problema politico e finanziario, va posto e riposto, e i responsabili sono altri, ma le proprie responsabilità la comunità accademica italiana è capace di riconoscerle? Qualcuno mi dice: mettiamo in campo premialità e indicatori di valutazione mirati, incentivi ben studiati sulla produzione scientifica dei neo assunti e allora tutto si risolve. Sì, sì, certo. Ma qua si sta parlando di un problema etico, prima che giuridico, prima che penale, prima che procedurale.

Oggi come allora, Mila Spicola, figlia di nessuno e con nessuna confort zone accademica intorno verrebbe superata da Muzio Scevola, magari ugualmente bravo, o meno bravo o più bravo, chissà, ma conterebbe meno rispetto alla sua appartenenza, familiare o accademica poco cambia. Oggi come allora Mila Spicola partirebbe. Oggi come allora la ricerca italiana, il sistema accademico italiano, anche se di buon livello, è libera? E’ libero? O sottovaluta, o fa finta di non vedere, o, letteralmente non vuol riconoscere che truccare una selezione, un concorso, è reato? Che preferire il criterio dell’appartenenza rispetto a quello del merito è profondamente ingiusto in termini etici, oltre che, ovviamente, scientifici. A ruota arriverebbero quelli giuridici, ma non se ne esce se prima non si pone il tema etico.

C’è una progressione ed eviterei i massimalismi, ma una cosa è la scuola in un ambito disciplinare, che raccoglie intorno ricercatori, professori, in modo sano, ed è una tradizione italiana da Panisperna in poi, un’altra cosa è il carattere paternalistico, e comincia a divenire meno sano, un’altra ancora è il carattere proprietario della ricerca, che raccoglie sottoposti e non pari, e infine un’altra ovviamente, caso raro certo, è quando tale carattere proprietario diventa abuso di potere. In questa progressione, nella sua punta estrea e patlogica, si incunea l’illecito e dobbiamo dirlo e riconoscerlo senza paura e ipocrisia, non ignorarlo e nemmeno sottovalutarlo, proprio per salvaguardare la parte sana.

Perché è la tipica gocciolina di rosso nel secchio di acqua pura, se non la si segnala, se non la si condanna, intorpidisce tutto il secchio. Che posizione prende un consiglio di Ateneo? Che posizione prende la conferenza dei rettori? Perché a fronte di fatti scandalosamente chiari, prende posizione con un ricorso solo il trombato di turno e non la rete della comunità accademica e scientifica di riferimento? Perché se un esaminando che subisce un torto evidente e fa ricorso e intraprende un percorso accidentato di appelli e sentenze invece di trovare il sostegno degli onesti trova solo e sempre ostilità se non guerra interna? Bene che vada indifferenza.

Forse perché nessuno vuole dire ad alta voce che trattasi di un normale e lampante sistema di potere in cui qualche privilegio da esercitare e che non vuol mettersi in discussione regna? Forse perché nessuno tira in ballo parole come connivenza e omertà? Sono parole grosse? Trovatemene altre facendo altro. Chi paga? Nel mio caso ho pagato solo io con sei anni buttati alle ortiche. Nel caso di altri pagano sempre solo loro, in anni di carte e procedure penali e amministrative. Ma siamo sicuri che non paghi il Paese intero? Io credo che con un atto di franchezza tutta la comunità scientifica e accademica italiana qualche domanda e qualche riflessione pubblica sul sistema proprietario della ricerca in Italia (al di là del racconto dei casi eclatanti di mala università) dovrebbe farsela, perché rischia molto in termini di credibilità, quand’anche non l’avesse persa del tutto, anche perché il paese le sta ponendo da anni queste domande, che rimangono inevase, e la responsabilità non deriva dal “racconto fuorviante della stampa”, o dalle “campagne mediatiche indotte da governi che vogliono il male della ricerca statale”.

Storie come la mia, non i giornali, hanno trasmesso ai miei genitori, servitori dello Stato con vite di rigore morale estremo, dubbi sullo Stato e sul sistema accademico italiano, ma ce li siamo rimangiati subito, proprio per quel rigore. E non sono stati né i giornali né le campagne mediatiche a indurle o eliminarle ma una parola l’etica.

Lo so, alcuni mi dicono che non è con l’etica che si costruiscono i sistemi, ma con le leggi e con le procedure. Concedetemi il beneficio del dubbio, senza un’etica condivisa, senza una trasparenza in nome dei benefici collettivi, senza una condanna collettiva interna al sistema, non abbiamo che leggi scrivere e che norme inventare, verranno sempre aggirate. Anche perché non mi pare che le colpe, fosse anche solo una, vengano sanzionate. Ed è quello che chiedono sottovoce i mille e mille ragazzi di talento che si accingono a un percorso di ricerca. Etica, trasparenza, correttezza, responsabilità e libertà sono doveri che chi lavora nello Stato assume su di sé, anche smarcandosene a voce alta quando vengono disattesi.

C’è una generazione particolare, quella che ha ruotato intorno al 1992, che si è presa degli impegni e vorrebbe portarli avanti, che ha raccolto una testimonianza e vorrebbe portarla avanti, con umiltà ma con franchezza, dando un nome alle cose. Ripeto, fosse solo uno il caso, e non lo è, e lo ripeto mille volte, fosse uno solo il caso, e non lo è, io non ho paura degli atti disonesti ma del silenzio degli onesti. E ti chiedo, collega, è solo la mia storia? Io non taccio e tu?

Vedi anche

Altri articoli