È il momento di pensare alla Buona Università

Università
Un momento della cerimonia di apertura della prima riunione mondiale dei laureati dell''ateneo Bolognese nell'aula Magna di Santa Lucia, Bologna, 19 Giugno 2015. ANSA/ GIORGIO BENVENUTI

Il divario tra gli atenei esiste, ma spesso gli studenti non hanno possibilità di scelta. Borse di studio e dottorati sono priorità da affrontare

E così la #BuonaScuola è legge. Valorizzazione del merito in busta paga (che speriamo aumentino di consistenza in generale, perché i professori italiani sono tra i meno pagati in Occidente), soldi per aggiornamento professionale, soldi per gli edifici scolastici, soldi per informatizzare le scuole. Dopo anni di tagli finalmente il segno più. Servirà maggior coinvolgimento di genitori e studenti in questa “scuola 2.0” ma va bene così.

Ora però bisogna pensare al dopo-Scuola. Al lavoro e alle università. Per qualche giorno si è “paventato” di valutare le università nei concorsi pubblici attribuendo bonus o malus a questo o quell’ateneo. Diciamolo subito: nel privato è già così. I candidati che escono da università importanti a parità di condizioni hanno più chance rispetto a chi viene da università per così dire “di provincia”. Qualunque studente ha paragonato almeno una volta i propri esami con quelli di un amico di altro ateneo e sa (diciamolo francamente), che in alcuni atenei la manica è più larga oppure in alcune facoltà di alcuni atenei, insomma non tutti i 110 e lode sono uguali.

Ma gli studenti non sono necessariamente degli scansafatiche se vanno in queste università. A volte non possono fare altrimenti. Non siamo nati tutti a Bologna, a Milano o a Roma. Il numero di borse di studio tende a diminuire sempre di più, tranne rari casi il numero di posti letto in case dello studente è fortemente al di sotto delle necessità, in città come Roma – in nero – un posto letto costa in media 350-400 euro. Calcolando altri 300 euro tra spese e vitto, sono 700 euro al mese. Moltiplicate per circa 9-10 mesi all’anno per almeno 3 anni se lo studente non salta nemmeno un appello e capirete che la mobilità in Italia è più una bella parola che non una reale possibilità.

Nel frattempo la riforma della Gelmini (quella che stiamo ancora aspettando che il governo abolisca…) ha prodotto quasi un dimezzamento nel tasso di reclutamento dei ricercatori (sul 2010, fonte Adi) e che – dati alla mano – il 91% degli assegnisti di ricerca non riesce a diventare ricercatore e dunque professore, direi che prima di chiedere agli studenti di cercarsi università migliori, sarebbe il caso che ci fossero ancora università degne di questo nome di qui a 3-5 anni.

Il Sud sta sparendo dalla ricerca e dal reclutamento di nuovi ricercatori, i posti di dottorato diminuiscono sempre di più e quelli con borsa sono sempre più rari. In tutto questo visto che (apparentemente) non sappiamo che farcene di tutti questi dottorandi, li spediamo all’estero a costo zero per Francia, Germania, Inghilterra e Danimarca, ma ad enormi costi sociali per loro e per il sistema paese (in media un miliardo di Euro l’anno).

Sarà bene dunque che il governo decida di impegnarsi per rendere (finalmente) il dottorato titolo preferenziale per i concorsi, ma soprattutto che ci siano risorse per più borse, più posti per il “terzo ciclo” e soprattutto che si approfitti dell’andata in pensione dei docenti entrati negli anni ’80 per una robusa immissione di giovani ricercatori e giovani professori o un domani non ci sarà né “Buona Scuola” né tanto meno buon lavoro a meno di pensare ad un futuro da “cinesi d’Europa”…

 

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