Dove vanno le parole che non diciamo? Elisabeth Strout e l’enigma del non detto

Pensieri e Parole
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L’ultimo romanzo della scrittrice, madre e figlia che si rivedono e non parlano

Quello che tacciamo per riserbo. O che teniamo nascosto per amore, incapacità. Disabitudine a dire, anche. Avrei voluto, davvero, ma non trovo il coraggio.

Quando poi sfuma il momento, sembra che l’occasione di parlare scappi via per sempre. Se certe cose non si ammettono è perché non ce n’è bisogno. Se certe cose non si dicono è perché non sta bene. Ed ecco che ogni giorno mille discorsi si impigliano nella sconfinata trama del non detto.

Ma dove se vanno tutte le parole che scegliamo di non pronunciare? Ce ne scordiamo, nei migliori dei casi. Oppure si sedimentano dentro di noi. Accumulo di sentimenti che si accalca nel silenzio e che nel silenzio resiste.

Nell’ultimo romanzo di Elizabeth Strout, «Mi chiamo Lucy Barton», pubblicato da Einaudi, c’è una stanza d’ospedale, una madre e una figlia. Complicazioni post-operatorie di una banale appendicite che obbligano la protagonista a settimane di degenza. È sola, ma il marito trova in modo di farla raggiungere da sua madre. Eccoli: cinque giorni in cui potersi dire. Che cosa? Quello che si è glissato in passato. Anche se nella vita non funziona, niente è così facile. E infatti le due non dicono.

Il racconto dell’infanzia di Lucy si alterna, nelle pagine, al ciarlare leggero che mamma e figlia intessono fra un riposino e l’altro. È un’infanzia vissuta altrove, quella di Lucy. Lontana dai grattaceli che riflettono le luci intermittenti fra le pareti della stanza dove si trova adesso. Un’infanzia trascorsa in mezzo ai campi dell’Illinois, dentro un garage che le faceva da casa. Piccoli spazi contro enormi privazioni.

In ospedale, mamma e figlia si ritrovano dopo tanti anni. Hanno poco tempo per dire e un grande impaccio nel farlo. Il precipizio di parole della mamma è un flusso sincopato e sottile. Capita a tutti di dire per non dire, no?

Eppure l’accumulo di sentimenti che investe mamma e figlia si sente anche in mezzo al chiacchiericcio sterile. Le due parlano di storie qualunque, vecchie cugine, divorzi inattesi e amori svaniti. Pettegolezzi a cui fa eco il rumore sordo di ciò che hanno taciuto per anni.

Ancora: dove finiscono tutte le frasi che avremmo voluto usare? Le parole a cui non abbiamo dato fiato? Confidenze private, confessioni scomode, dichiarazioni d’amore, lodi, dissensi, reprensioni. E perché le abbiamo tenute in un angolo?

Abbiamo preferito non condividerle: meglio così. Abbiamo pensato che ci fosse ancora tempo: magari domani. Nei casi peggiori, abbiamo rimproverato noi stessi: non ce la faccio a dirglielo.

Nel libro, mamma e figlia sono divise da vite estranee, che si accontentano di sfiorarsi ogni tanto, Natale e compleanni. Questi cinque giorni di parole sono piccole carezze. Mentre il passato, doloroso, scorre sotto l’impalcatura fragile dei non detti.

Le parole negate hanno sempre un destinatario: una persona che avanzerà per ipotesi. Riuscendo a intuire, oppure no, quello che volevamo dirle. Ma può essere anche un destinatario a cui non interessa ascoltarci, che non si fascia la testa per questo. Molte delle parole negate non vanno via col tempo. Perché attecchiscono veloci le dichiarazioni taciute. E restano dentro di noi, come cruccio, rimpianto, sorriso, ossessione.

Quando ho finito di leggere il romanzo di Elisabeth Strout ero in treno, verso Lecce. Prima di recuperare il cellulare nella borsa, mi sono messa a guardare gli ulivi al di là del vetro. I tronchi nodosi, infilzati nel terriccio rosso, che meraviglia.

Pensavo a lui. Ci eravamo detti di sentirci appena arrivata, un saluto veloce, e sarei andata a pranzo con l’organizzatore del Festival. Ero in Puglia per presentare il mio romanzo. Ho deciso di scrivergli: ****. Ho cancellato subito il messaggio perché suonava patetico. Gliene ho scritto un altro, quasi identico al primo. Il treno si è infilato in una galleria lunghissima: nessun servizio. Ho pensato di lasciar perdere. Ma poi, quando il treno è riemerso nel bagliore del giorno, ho premuto il tasto invio. Lui mi ha risposto di fretta, stava scappando a un appuntamento di lavoro. Niente di sconcertante, insomma. Ma io mi sono sentita leggera.

Sarà che ero ancora dentro la storia di Lucy Barton, sarà che viaggiare mi rende sentimentale. Non dare per scontato può somigliare a un bel respiro… Ho deciso che lo farò più spesso.

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