Dov’è finita la sinistra nel dibattito su Israele?

Mondo
epa05056577 Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu chairs the weekly cabinet meeting in his Jerusalem offices, 06 December 2015, where a Chanukah candle holder is placed, as this evening Jews celebrate the first candle in the eight-day Chanukah holiday. Responding to comments made by US Secretary of State John Kerry, Netanyahu said in the cabinet meeting, 'In order to have peace, the other side must decide it too wants peace,' adding, 'Israel will not be a binational state.'  EPA/JIM HOLLANDER/POOL POOL PHOTO

Gli ebrei israeliani vogliono la pace con i palestinesi, ma non si fidano di loro sono rassegnati allo status quo. In questa incapacità la destra si crogiola

Per evitare la calca agostana sulla spiaggia di Tel Aviv scegliamo di guidare fino al Kibbutz di Zikim, ai confini con la Striscia di Gaza. Superata Ashkelon ci attende una spiaggia selvaggia, un caldo torrido ma secco e ventilato, un’acqua senza sacchetti di plastica che galleggiano. Proprio qui, un anno fa, guerriglieri di Hamas (“uomini-rana”) provarono a penetrare in Israele dal mare per compiere attentati terroristici, costringendo gli abitanti del Kibbutz a un supplemento di vigilanza e fortificazioni. Tempo per giungere a destinazione: cinquanta minuti. Sono dati noti, ma quando te ne accorgi rimani impressionato. La Striscia di Gaza è lontana anni-luce dall’atmosfera vacanziera ed eccitante della città bianca, è sconosciuta tanto agli israeliani quanto ai turisti ma si trova a una manciata di chilometri. Lo stesso tragitto che i missili lanciati da Hamas percorrono all’inverso prima di essere, quasi sempre, intercettati dal sistema “Iron Dome”: 15 secondi bastano a colpire Sderot, un minuto e mezzo per deflagrare a Tel Aviv.

Forse è questo il punto di partenza. Lo Stato di Israele, che tante attenzioni attira su di sé, è grande più o meno quanto la Sicilia. Vi risiedono circa sei milioni di ebrei e due di arabi, senza contare gli abitanti della Cisgiordania. In più vi sono una serie di minoranze storiche ma non così conosciute: drusi, circassi, beduini ecc. Pare incredibile, ma è bene tenere a mente questo primo dato di realtà schiettamente quantitativo.

L’identità di questa terra è talmente complessa che possono percepirsi eccentrici rispetto alla maggioranza i giovani che non si riconoscono nella politica e nel main stream; la classe media che perde potere d’acquisto e non riesce a pagarsi un affitto; gli arabi israeliani che si sentono cittadini di serie B; gli arabi cristiani rispetto alla maggioranza musulmana; i neri africani in rapporto alle altre etnie; le popolazioni beduine e nomadiche; i lavoratori immigrati del Sudest asiatico; i religiosi e i laici, entrambi; i russi o gli etiopici di fronte ai pionieri; i sefarditi nei confronti degli ashkenaziti.

momigliano cop 300Il miracolo del sionismo consiste proprio nell’aver integrato – tra mille contraddizioni – milioni di esseri umani in pochissimi anni: solo tra il 1945 e il 1951 sbarcarono circa 685 mila immigrati, innestandosi su una popolazione di 650 mila persone, come riportato da Ari Shavit nel suo meraviglioso “La mia Terra promessa” (significativamente scritto in inglese e non tradotto in ebraico). Pensiamo a cosa succederebbe in Italia – considerato il livello dell’attuale dibattito pubblico – se arrivassero 65 milioni di immigrati nei prossimi cinque anni!

Questa congerie di “altri” compone una società complessa, vitale e contraddittoria. Ma gli “altri” non si fermano ai confini incerti di Israele. Chi scrive è un ebreo italiano, non un esperto di Medioriente. Una parte consistente della mia famiglia vive in Israele dal 1938, quando le leggi razziste dello Stato italiano ci costrinsero a scappare. Sono legato visceralmente a Israele – con tutte le dimensioni irrazionali che un rapporto sentimentale comporta – ma non sono israeliano. Eppure sono spesso sollecitato a esprimermi sul conflitto israelo-palestinese o su fatti di cronaca quasi sempre tragici. Come me sono richiesti nel dibattito ebrei della Diaspora assai più autorevoli, soprattutto in comunità numerose quali quelle nordamericane, francesi o inglesi. Tutti parlano di Israele (e del conflitto con i palestinesi), pochi ne sanno davvero.

Proprio su questo punto si concentra il dissidio all’interno delle comunità ebraiche nel mondo. Una parte – spesso la più attiva e militante – sostiene che le scelte di Israele non vadano discusse ma semplicemente appoggiate. Le regole democratiche prevedono che siano i cittadini israeliani a definire le proprie opzioni e strategie (il che è ovvio) e agli ebrei della Diaspora non rimarrebbe che il ruolo di supporter e finanziatori. Un’altra parte – spesso la più numerosa ma silente, più lasca nei legami con le strutture dell’ebraismo organizzato – ritiene invece che gli ebrei fuori da Israele debbano sì contribuire con il sostegno, ma anche con un punto di vista critico e allargando il confronto alle opinioni pubbliche non ebraiche. Non è semplice spiegare agli osservatori esterni sfumature apparentemente insignificanti né il grado parossistico di aggressività che queste opinioni possono assumere in un contesto che – se non fosse per la tragedia di israeliani e palestinesi – nei numeri rimanda alla famosa scissione dell’atomo.

Tradizionalmente i due schieramenti vengono riassunti in destra e sinistra, ma non è detto che questa rappresentazione sia ancora attuale. Lo dimostra il fatto che le due figure-chiave della politica israeliana vengono entrambe dalle file conservatrici: Reuven Rivlin, presidente della Repubblica, e Benyamin Netanyahu, presidente del Consiglio e ormai tra i più longevi leader della storia politica di Israele. I due – pare non si amino – hanno posizioni distanti ma non antitetiche rispetto al conflitto con i palestinesi, ma soprattutto differiscono nell’approccio a quella che potremmo definire identità nazionale: se Netanyahu – forse per calcolo elettorale – invitò i suoi sostenitori a recarsi in massa alle urne per neutralizzare i presunti autobus di arabi diretti ai seggi nel corso delle ultime elezioni, Rivlin è il primo presidente a essersi recato a Kfar Qasim, teatro di una strage di civili palestinesi nel 1956. Se Bibi esorta gli ebrei francesi, all’indomani delle stragi di Parigi, ad abbandonare la Francia e a fare la Halyah (subendo poi la reprimenda delle autorità transalpine), di Rivlin si ricordano le posizioni nette e talvolta impressionanti contro il fanatismo dei gruppi nazionalisti e religiosi protagonisti di vari episodi di violenza. Un alfiere dell’identità nazionale basata sulla complessità e la multi-etnicità, anche nel tentativo di ridurre l’isolamento internazionale in cui Israele è precipitato negli ultimi anni.

Come si vede, la sinistra propriamente detta è assente dal dibattito. L’ultimo leader sionista proveniente dalle forze progressiste è Yitzhak Rabin, assassinato proprio venti anni fa. Un vuoto impressionante, se si esclude la breve parentesi di Ehud Barak, che nel 2000 ebbe il merito di offrire a Yasser Arafat un punto di compromesso avanzato in cambio della pace. Il leader palestinese mancò di coraggio e tutti conosciamo gli esiti tristi della vicenda. In ogni caso la sinistra occidentale, e anche la cosiddetta sinistra ebraica, e persino la sinistra israeliana, da molto tempo non sono in grado di presentare una proposta complessiva che sia innovativa ma anche credibile agli occhi degli israeliani.

Tutte le inchieste dimostrano che gli ebrei israeliani vogliono la pace con i palestinesi ma che non si fidano di loro e che sono rassegnati allo status quo. In questa incapacità prospettica la destra si crogiola, facendo leva sull’ovvia esigenza di sicurezza, mentre la sinistra si affanna a ripetere stancamente lo slogan “Due popoli, due Stati” senza individuare alternative creative (per esempio, un’ipotesi confederale coraggiosa) né parole d’ordine in grado di mobilitare i suoi sostenitori (per esempio, la richiesta di congelare gli insediamenti). E nel frattempo il resto del mondo si gira dall’altra parte, concentrato sui nuovi focolai di crisi ma anche sulle opportunità schiusesi grazie a recenti accordi internazionali.

Ed eccoci dunque tornati al punto di partenza. Questo minuscolo lembo di terra – con la più alta concentrazione al mondo di musei e di società high-tech quotate in borsa, con un mercato immobiliare ultra-dinamico e un’autonomia energetica acquisita recentemente – è protagonista di una straordinaria storia e di tragedie drammatiche. Tutti sembrano interessati a ciò che vi accade, ma i più raramente sono disposti a informarsi, a studiare, a faticare sulle sfumature. Si preferisce offrire pareri non richiesti, meglio se gridando. Non ci si rende conto di cosa sia la vita lì ma si pretende di dare lezioni. Non sarebbe più proficuo tentare di favorire occasioni di riflessione e di incontro, tra israeliani e con i palestinesi, cercando di aiutare a farsi strada quella profonda aspirazione alla “normalità” che è alla base della nascita dello stato di Israele e che, a quasi settant’anni dalla fondazione, risulta drammaticamente inappagata?

 

*Il testo è tratto dalla prefazione al libro “Israele e gli altri. Un dissidio irrisolto” di Anna Momigliano (Edizioni La Zisa)

Vedi anche

Altri articoli