Dopo l’Austria, per l’Europa è il momento di più integrazione

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europa strasburgo European Parliament in Strasbourg

La vittoria di Van der Bellen non chiude il pericolo nazionalista. Gli Stati membri dell’Ue devono abbandonare gli egoismi per puntare sulla fiducia e la collaborazione reciproca

La vittoria del verde pro-Ue Alexander Van der Bellen come nuovo Presidente austriaco fa tirare all’Europa un sospiro di sollievo. Bruxelles avrebbe visto la salita alla Presidenza dell’Austria del candidato di estrema destra e anti-Ue Norbert Hofer come una minaccia.

Le elezioni austriache hanno rappresentato un test per l’intera Unione e hanno avuto un carattere che va ben oltre quello nazionale. Basti guardare a come i media italiani hanno seguito questa competizione. La corsa alla presidenza austriaca è stata la principale notizia dei nostri telegiornali nazionali, così come dei nostri quotidiani. Questo a significare che un’Unione, seppur con dei limiti e delle debolezze, c’è, esiste. Gli interessi nazionali non sono di certo scomparsi, ma sono ormai profondamente legati.
La vittoria di Van der Bellen è stata determinata dai voti ricevuti per posta degli austriaci residenti all’estero. Un testa a testa che ha tenuto con il fiato sospeso l’Europa intera ed è stato influenzato, forse, proprio da quegli austriaci che abitano in altri Stati dell’Ue e che più degli altri sanno cosa vuol dire vivere l’Europa.

L’estrema destra non è però ancora lontana. Se da un lato spaventa, perché sembra rievocare tempi bui della storia del Vecchio Continente, dall’altro, paradossalmente, rassicura quei cittadini che vedono proprio nell’Europa la vera minaccia. Un’Europa che è fatta di burocrati, che chiede e che mai dà, che legifera su questioni inutili e tralascia quelle importanti, che scavalca la volontà popolare. Quanto c’è di vero in questo? Sicuramente una parte. Dall’altra, si deve ammettere che non si è riusciti raccontare quanto di buono sia stato fatto in questi anni. Le varie crisi (economica, dei migranti e del terrorismo) non hanno fatto che confermare l’immagine di un’Europa ormai in affanno.

Se molti sono stati gli errori commessi, sono stati gli stessi Stati nazionali a compierli. Sono i rappresentanti dei differenti Paesi che partecipano al dibattito dell’Ue (seppur in istituzioni diverse e con compiti differenti), non freddi burocrati europei che decidono alle loro spalle. Tutte le decisioni prese a Bruxelles sono concordate dagli Stati membri e loro stessi ne sono responsabili. L’Europa è stata spesso, invece, utilizzata come scusa per giustificare limiti ed errori nazionali. Ma il nazionalismo non può essere la risposta, se è esso stesso la causa. La soluzione è una maggiore integrazione, che prescinda dagli interessi nazionali e che sia in grado di dare soluzioni concrete ai problemi e alle crisi del nostro tempo.

La vittoria di Van der Bellen è la dimostrazione, seppur piccola e sul filo del rasoio, che un po’ di speranza c’è ancora. Dopo il referendum sulla Brexit, che si terrà in Gran Bretagna il 23 giugno per decidere se restare nell’Ue, Bruxelles dovrà decidere in che direzione andare e dare il via a una vera integrazione politica (almeno tra alcuni Paesi membri), che sia basata sulla fiducia e sulla collaborazione tra Stati, in grado di combattere le disuguaglianze e di rispondere alla domanda di maggiore sicurezza interna.

Se così non sarà, la prossima volta sarà troppo tardi e non ci sarà un Van der Bellen a salvare la situazione.

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