Donne e professionismo sportivo. E’ l’ora dei diritti

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AGSM VERONA vs FIRENZE. 31-01-2015. Serie A Calcio Femminile 2014-2015. Stadium AGSM Olivieri di Via Sogare - Damiano Buffo Photographer

Spesso la mancanza di un contratto professionistico impone alle atlete delle scelte di vita dolorose

L’8 marzo delle atlete quest’anno è arrivato con un po’ di ritardo, ma finalmente anche loro hanno avuto una buona notizia. Ieri, infatti, la commissione cultura, scienza, istruzione (e sport) della Camera ha incardinato la mia proposta di modifica della legge sul professionismo sportivo che si propone di sanare l’attuale discriminazione. Ad oggi, è bene precisarlo, nessuna legge vieta alle atlete di essere professioniste, ma di fatto solo gli uomini lo sono.

Non è una questione di principio, è una questione di diritto.

La condizione di dilettanti impone alle atlete di non poter avere un contratto di lavoro, con le tutele conseguenti: contributi, tutela in caso di infortunio e maternità. Già la maternità! Quanti calciatori vediamo festeggiare un gol sui campi di calcio mettendo il dito in bocca o il pallone sotto la maglia? Un calciatore che diventa papà può, infatti, continuare a giocare e percepire lo stipendio anche durante il periodo della gravidanza e del post partum. Una donna, per ragioni ovvie no. La mancanza di un contratto professionistico impone alle atlete una scelta dolorosa, quella di rimandare la maternità al termine della carriera per non perdere il rapporto con la squadra e la possibilità di carriera.

Le nostre calciatrici, a partire dalla serie A, devono conciliare il lavoro con gli allenamenti e le partite prendendo ferie e permessi per poter giocare, fare raduni con la Nazionale e, se il permesso non viene concesso, si salta un match. Sarebbe come se Marchisio o De Rossi saltassero un turno perché devono lavorare. Inimmaginabile? Per le donne, oggi, è così. Multitasking anche nello sport.

Alcuni sostengono che il calcio femminile non abbia un giro di affari sufficiente. I sostenitori di questa tesi sono affetti dalla classica miopia italica di valutare solo ciò che avviene all’interno dei nostri confini nazionali perché se si avesse una visione complessiva del calcio femminile al livello internazionale di saprebbe che gli spettatori che affollano gli spalti e seguono la trasmissione dei mondiali femminili sono di più di quelli del maschile.

È l’ora dei diritti! Ora avanti con il mio testo di legge che, pur garantendo la libertà delle singole federazioni di scegliere se essere professioniste o meno, impone ad esse di garantire la parità dei diritti tra uomini e donne.

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