La vera ragione del No? Ve la spiegano Dini e la figlia di Celentano

Il Noista
Lamberto Dini durante il convegno per No al referendum al residence Ripetta, Roma, 12 ottobre 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

Ce l’hanno con “l’arroganza” del premier: ma intendono dire “decisione”

In una lunga, articolata e assai interessante intervista a Libero, Lamberto Dini formula con particolare efficacia l’argomento decisivo del vero Noista: “Ha presente cos’ha detto la figlia di Celentano? ‘Non capisco molto, ma voto no perché non mi fido di Renzi’: quello dovrebbe essere lo slogan del No”.

E in effetti è proprio così: a parte qualche inguaribile difensore del bicameralismo perfetto e un paio di consiglieri del Cnel che giustamente non ne vogliono l’abolizione, è difficile trovare qualcuno capace di opporsi alla riforma nel merito.

Tutt’al più, si invoca il “combinato disposto” con la legge elettorale, o si allude ad una non meglio precisata (e in effetti imprecisabile) “deriva autoritaria” adombrata dalla riforma Boschi. Nel merito, nulla: perché difendere il bicameralismo perfetto e il Cnel richiederebbe effettivamente una dose di coraggio che neppure i Noisti più sfegatati riescono a trovare.

Torniamo a leggere Dini. Osserva Pietro Senaldi, l’intervistatore: “Lei però, a differenza della figlia di Celentano, la riforma la capisce, quindi il suo No è tenuto a motivarlo”.

Senza ombra di ironia, l’ex presidente del Consiglio spiega: “Il Senato, anziché abolito, viene umiliato. E il Senato è la nostra storia, l’abbiamo da 2000 anni”. Come se l’antico Senato romano, a parte il nome, avesse qualcosa in comune con l’assemblea di Palazzo Madama. Come se l’Impero non fosse mai tramontato sui colli fatali di Roma. Come se discutessimo di beni culturali da tutelare anziché di corretto funzionamento delle istituzioni.

E così non resta che Renzi: l’antipatia di Renzi, l’arroganza di Renzi, l’inaffidabilità di Renzi, la cialtroneria di Renzi, l’improvvisazione di Renzi, la maleducazione di Renzi…

Non scherziamo: non si fa un referendum, né tantomeno una linea politica, sull’antipatia o la simpatia di un leader, sul suo carattere, sui sui difetti o sulle sue virtù. La verità è che nella critica – spesso francamente sopra le righe – al “carattere” di Renzi si nasconde una questione politica cruciale.

Non può essere un caso se la gran parte dei richiami alla maleducazione del premier – chiamiamoli così – viene da politici che in passato hanno svolto un ruolo importante nella vita democratica e civile del Paese, e che oggi, per un motivo o per l’altro, contano molto di meno o non contano affatto.

Sono loro – da D’Alema a De Mita, da Monti a Dini – a ripetere costantemente, ossessivamente, compulsivamente che Renzi è arrogante e inaffidabile.

Ma l’arroganza non è una categoria politica: a meno che per ‘arrogante’ non si intenda chi non ricerca a tutti costi l’unanimità, che quasi sempre si traduce in paralisi, ma sa invece decidere senza prima chiedere il permesso a tutti quelli che l’hanno preceduto.

E’ questa l’‘arroganza’ che una classe dirigente fallimentare rimprovera a Renzi: la decisione.

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