Dignità nazionale

Caso Regeni
Paola Regeni in occasione di una conferenza stampa al Senato, Roma, 29 marzo 2016.
ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Non sapevano cosa significa piena collaborazione. Sanno bene oggi che nel martirio di Giulio noi vediamo un metodo. Quello che l’Italia ha conosciuto nel buio del nazifascismo

Abbiamo seguito con rabbia e incredulità l’esito fallimentare, un ultimo schiaffo o insulto, del vertice romano tra i team investigativi italiano ed egiziano. E ha fatto benissimo ieri il Ministro degli Affari Esteri, Paolo Gentiloni, a nome del governo e in nome della dignità nazionale, a tagliar corto e disporre il richiamo a Roma dell’Ambasciatore al Cairo, Maurizio Massari. È una decisione coraggiosa per la delicatezza dello scenario mediorientale, coerente, ed è l’unica reazione possibile per difendere fino in fondo la memoria di Giulio Regeni. Merita rispetto la sua vita. Merita rispetto il suo lavoro di dottorando a Cambridge e ricercatore alla American University del Cairo. Grida vendetta la sua morte lenta per torture fino all’annientamento del corpo reso irriconoscibile e sul quale mamma Paola ha visto rappresentato “tutto il male del mondo” e ha dovuto riconoscerlo steso sul marmo dell’obitorio solo dalla punta del naso. Se cercava una prova di cosa è l’Italia, il regime del Cairo ieri l’ha trovata. È per ragione di Stato che pretendiamo la verità.

È per ragione di Stato che l’Italia non accetterà altre messe in scena con prove farlocche e piste assurde, depistaggi, verità di comodo, altri muri di omertà dopo aver imbastito e accumulato menzogne e tentativi penosi e persino ridicoli di addensare ombre su ombre su Giulio con la denigrazione e l’insinuazione da parte di chi ne aveva disposto il pedinamento e il sequestro e poi ha autorizzato dieci giorni di torture e quindi l’omicidio ed ha provato a derubricare il fatto atroce ad oscuro episodio di criminalità comune. Da quel pozzo nero di sparizioni e assassinii che si chiama Egitto, non sono arrivate nemmeno scuse accettabili, e l’impegno italiano non si sposta di un millimetro. Pretendiamo la verità, tutta la verità per fermarsi solo davanti ai nomi e ai cognomi degli assassini, anche se le tracce portano, ormai è un dato acquisito, al cuore dei servizi segreti e alla rete di protezione e complicità con ombre che avvolgono i generali e lo stesso presidente al-Sisi.

La vicenda dell’omicidio di Giulio ha superato i confini dell’intollerabilità, ha scosso la coscienze del Paese intero. È stato rapito la sera del 25 gennaio al Cairo, ed è dai giorni seguenti che il nostro governo con la nostra diplomazia ha chiesto inutilmente verità e giustizia allo Stato egiziano, di attivarsi per scoprire le ragioni della scomparsa. Il corpo fu poi ritrovato il 3 febbraio, e da allora sia i canali diplomatici che la partecipazione italiana alle indagini sono stati platealmente boicottati. Era chiaro fin dal 4 febbraio, giorno in cui il presidente al-Sisi comunicava al nostro Presidente del Consiglio l’assenso all’arrivo del team italiano, che il regime del Cairo era per noi la vera controparte che replicava con verità di comodo. Il fatto che l’Egitto sia un Paese chiave nella regione tra le più disordinate tra la Libia stravolta da guerre e dall’irruzione dello Stato islamico, un alleato prezioso nel contrasto al terrorismo fondamentalista o che sia strategico per l’approvvigionamento energetico, non ha abbassato la determinazione italiana della ricerca della verità e la richiesta del rispetto dei diritti umani che vede una lunga impressionante black list di oppositori o inermi torturati e missing come Giulio. Al team investigativo e alle richieste molto precise della nostra diplomazia hanno sempre opposto dossier carenti e persino l’uccisione di un gruppo di cinque delinquenti comuni, ritrovamenti improbabili di passaporto e tessere universitarie di Giulio.

Non sapevano cosa significa piena collaborazione. Sanno bene oggi che nel martirio di Giulio noi vediamo un metodo. Quello che l’Italia ha conosciuto nel buio del nazifascismo.

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