Difendiamo la Fornero dallo squadrismo leghista

Pensioni
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Protestare e combattere contro la riforma sulle pensioni è democrazia, insultare e intimidire è violenza

Le parole che Elsa Fornero ha consegnato a Francesco Merlo nell’intervista a Repubblica fanno riflettere, pongono interrogativi che non possono essere elusi.

Mi riferisco in particolare ai passaggi nei quali l’ex-ministro lamenta un amaro isolamento di fronte non a critiche e legittimi attacchi politici verso la riforma che porta il suo nome ma davanti a veri e propri linciaggi personali cui ancora una volta è stata sottoposta.

Chiamiamo le cose con il loro nome: squadrismo. In quale altro modo connotare la manifestazione che manipoli di leghisti guidati dalla felpa -in questo caso di ricino – Salvini hanno tenuto a San Carlo Canavese, a pochi passi da casa Fornero?

Che altro significa un gesto come questo, simbolicamente violento e intimidatorio, condotto per protestare contro una legge presentata anni fa da un Ministro pro-tempore, votata collegialmente dal Consiglio dei Ministri dell’epoca, approvata dal Parlamento di quel tempo?

In quei giorni, lo ricordiamo, spuntarono magliette con la sinistra scritta “Fornero al cimitero” e in fondo quella violenta espressione esprimeva una “cultura del nemico” non molto diversa da quella di chi sceglie di indirizzare la sua protesta non contro un obiettivo politico, ma verso una persona. Sì, è vero: forse questi segnali vengono sottovalutati. E non ce lo possiamo permettere. Sono ancora troppo fresche le tante ferite che questa cultura del nemico e non dell’avversario ha prodotto in questo Paese. Negli anni di piombo e non solo.

Alla base di questi atteggiamenti c’è anche una frenetica rincorsa populista ai quotidiani spazi nei mezzi di comunicazione, per cui per i Salvini di turno diventa lecito tutto: fomentare paure e chiamare i cittadini ad armarsi con una malintesa idea della legittima difesa; occupare manu militari i collegamenti da Bruxelles la mattina dell’attentato o indicare una persona come obiettivo. Con il rischio che qualcuno lo prenda sul serio. E’ giusto poi ricordare altri aspetti.

La Professoressa Fornero, fino al novembre 2011, era una apprezzata economista e docente piemontese,
una intellettuale che studiava ed insegnava in particolare temi legati al mercato del lavoro ed ai sistemi previdenziali.

In quel novembre venne chiamata e accettò di far parte di un Governo di emergenza nazionale, che contribuì ad evitare il default del Paese e l’arrivo della Troika. Venne chiamata a servire lo Stato, da Ministro, occupandosi di temi che in passato avevano seguito, in altri ruoli, personalità come Massimo D’Antona e Marco Biagi.

La sua riforma, votata dalla maggioranza parlamentare, presenta certamente aspetti discutibili e da cambiare (non a caso si sta discutendo di flessibilità e non a caso proprio in queste ore CGIL-CISL-UIL hanno tenuto in tutta Italia manifestazioni democratiche a sostegno del cambiamento della legge). Ma fu una riforma strutturale, con sofferenze sociali dolorose che forse con maggior tempo a disposizione avrebbero potuto e dovuto essere evitate, che però contribuì a mettere in sicurezza i conti pubblici.

Ci fu la gravissima ferita degli esodati (e anche qui prima o poi si dovrà capire chi e perché produsse
dati sbagliati alla base della ferita) ed è per questo che negli anni successivi, fino a pochi mesi fa si è lavorato per dare soluzione a centinaia di migliaia di drammi umani insostenibili.

Da quel giorno la vita del Ministro Fornero cambiò. Non critiche e polemiche, ma insulti. Non attacchi politici e parlamentari ma minacce. Non vita sociale ma vita sotto scorta.

E’ giusto, allora, anche per questo stare dalla parte della Fornero, che poi significa stare dalla parte della civiltà e della convivenza democratica. Anche criticando e combattendo la “sua” riforma, ma senza indifferenza e sottovalutazione verso atteggiamenti, episodi, forme di protesta davvero pericolose.

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