Dietro il Volksgate la guerra commerciale tra Berlino e Washington?

Economia
epa04949282 (L-R) Bernd Osterloh, works council chairman at Volkswagen; Matthias Mueller, the new chief executive of Volkswagen AG; Bernd Huber, chairman of the supervisory board; Stephan Weil, minister president of Lower Saxony; and Wolfgang Porsche, member of the supervisory board, attend a press conference at the VW factory in Wolfsburg, Germany, 25 September 2015. Volkswagen on 25 September 2015 named Mueller as the successor of Winterkorn as Volkswagen group chairman. Winterkorn on 23 September resigned as chairman of the board after a crisis meeting, as Europe's biggest carmaker struggles to respond to a deepening emissions testing scandal.  EPA/OLE SPATA

E se il Volksgate non fosse altro che l’esito di una guerra commerciale tra l’Unione a propulsione tedesca e gli Stati Uniti a trazione digitale? Una sorta di regolamento di conti tra quello che fino ad un decennio fa era il principale settore industriale del mondo e tutti i nuovi protagonisti della smartphone revolution. E’ più che lecito pensarlo, dopo […]

E se il Volksgate non fosse altro che l’esito di una guerra commerciale tra l’Unione a propulsione tedesca e gli Stati Uniti a trazione digitale? Una sorta di regolamento di conti tra quello che fino ad un decennio fa era il principale settore industriale del mondo e tutti i nuovi protagonisti della smartphone revolution.

E’ più che lecito pensarlo, dopo i fiumi di inchiostro che in tutto il mondo si stanno consumando per spiegare come la Volkswagen abbia violato le regole del commercio e quelle ambientali, rischiando class action miliardarie da far impallidire l’intero debito della Grecia e mettendo a rischio l’economia non solo tedesca ma quella già in affanno europea.

Che ci sia molto da chiarire sulle metodologie di verifica dei gas di scarico non c’è dubbio, come è chiaro che la vicenda che per ora coinvolge 11 milioni di autoveicoli della casa di Wolfsburg può estendersi a macchia d’olio anche all’intero comparto automobilistico: per via indotta e per via diretta, frenando le borse e bloccando i consumi, gli unici in questo periodo che fanno crescere la domanda e il Pil. Fa bene dunque Bruxelles a chiedere a tutti gli stati membri di avviare controlli in merito e a rivedere i test a partire dal 2016, anche se con esiti tutti da verificare, ma non si può dimenticare come la Germania sia al centro di almeno due bracci di ferro con gli Stati Uniti: il primo è quello che riguarda le complesse trattative sul TTIP, il Trattato con gli Usa sul libero scambio di merci e la rimozione dei dazi, che coinvolge ovviamente alcuni beni made in Germany che rischiano di vedersi sbarrata la strada sui mercati americani e viceversa; il secondo è ancora più spinoso, perché riguarda la vicenda Google e l’istruttoria sul suo potere di mercato avviata dalla Commissione Europea, avviata formalmente anni fa ma in questo periodo in fase di forte rilancio.

Basta andarsi a rileggere alcune dichiarazioni del commissario Ue alla Digital agenda, non a caso il tedesco Guenther Oettinger, spostato dal portafoglio Energia a quello ancora più sensibile di Internet nella nuova Commissione Juncker per averne conferma. La Germania e la stessa Angela Merkel, finita addirittura nel mirino delle intercettazioni illegali nell’ambito dello scandalo Nsa, che ha coinvolto anche i servizi segreti tedeschi secondo un’inchiesta dello Spiegel , è infatti il paese che con più forza sta spingendo per arginare il potere di tutti gli over the top in Europa a partire dal fisco per finire al rispetto del diritto d’autore.

Ed è giusto ricordare anche che il bubbone Dieselgate è scoppiato proprio in California, patria di tutti i giganti del Web. Non si tratta quindi di essere complottisti, ma di leggere i fatti per quello che sono: oggi, per fortuna, le guerre tra i paesi occidentali si combattono non più a suon di cannoni o sbarcando in Normandia ma a colpi di penetrazione sui mercati con mezzi e potenza di fuoco di ogni genere. E la rete e il traffico dati sono la bomba H di questo millennio perché stanno cambiando non solo il modo di vivere ma quello di fare impresa.

L’istruttoria aperta dall’Ue contro Google per abuso di posizione dominante sembra peraltro in dirittura d’arrivo. A sottolinearlo durante una visita a San Francisco è stato proprio Oettinger, pochi giorni fa. “E’ un’inchiesta difficile ma penso che non ci sia bisogno di altri anni, sono sicuro che non sarà nel 2017”. Siamo a fine 2015 e lo scandalo Volkswagen potrebbe essere il preludio ad un 2016 pieno di incognite e denso di novità.

Intanto accontentiamoci di leggere tutti i resoconti e gli attacchi violenti del mondo anglosassone alla perduta innocenza del paese che sembra non essere più Uber Alles, quando sarebbe gradito anche un mea culpa per tutti gli scandali finanziari a trazione americana. Come ci hanno insegnato i filosofi tedeschi, la realtà non è mai quella che appare in superficie. Forse anche in questo caso.

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