Cara minoranza, un congresso permanente non serve

Pd
renzi-catania-2

Se il Pd fallisse l’Italia potrebbe cadere in un baratro

Mentre scriviamo la Sindaca di Roma sta ancora esaminando curricula per scegliere il prossimo assessore al Bilancio e i prossimi vertici di Ama e Atac. Arroganza e improvvisazione, presunzione e finta ingenuità si sono mescolate nelle parole e nei comportamenti della Raggi e degli altri esponenti del M5S.

Quello che abbiamo visto in queste settimane non riguarda solo il governo della Capitale perché, come hanno acutamente sottolineato alcuni commentatori, il tema che emerge non è soltanto se il M5S sia in grado di superare l’inesperienza della sua classe dirigente e produrre soluzioni all’altezza dei problemi della città.

Il nodo che è venuto al pettine è in realtà più complesso e generale e riguarda la natura del M5S, la compatibilità tra i principi cui si ispirano e la democrazia rappresentativa, la possibilità di conciliare la "fedeltà" al movimento con il rispetto delle leggi e delle istituzioni.

In pochi giorni la Sindaca Raggi ha dimostrato di avere come riferimenti pezzi del sistema di potere della città che dichiarava di voler distruggere, di interpretare in modo molto elastico gli slogan sull’onestà e la trasparenza che il suo Movimento ha brandito come clave in ogni dove. Il Movimento, il Direttorio, il Capo hanno complessivamente dimostrato di non saper gestire – se non rischiando l’implosione tra divisioni e veleni – le differenze al proprio interno…

Ne è emerso il profilo di un non partito molto peggiore di un partito, incapace di darsi regole e luoghi davvero trasparenti di discussione e decisione, guidato da vertici privi di vera legittimazione, competenza, autorevolezza.

Attenzione: il M5S ha raccolto e raccoglie un grande consenso elettorale e sbaglieremmo a pensare che lo spettacolo indecoroso di queste settimane a Roma sia sufficiente a segnare il declino della loro forza. Tuttavia, di fronte alla prova drammatica che il movimento di Grillo sta dando nel governo della Capitale, dovrebbe essere ancora più evidente, almeno al nostro gruppo dirigente, che se dovesse fallire il Pd il Paese potrebbe essere trascinato in un baratro.

Drammatizzazione eccessiva? Qualcuno nel Pd o nel centrosinistra pensa forse che se l’azione del governo Renzi – che ha dovuto e deve misurarsi con un contesto difficilissimo segnato dalla crisi economica ma anche dalla forte sfiducia dei cittadini verso la politica e le istituzioni – non producesse un quadro di rinnovamento e non desse risultati concreti agli occhi degli italiani, si possa avere una seconda chance? Qualcuno pensa che se si batte Renzi si possa aprire una diversa e migliore stagione di riforme?

Mi faccio queste domande, avendo detto in tempi non sospetti che spettava e spetta alla maggioranza del Pd fare gesti e aperture per ricercare un clima più unitario all’interno del nostro partito e per affrontare insieme la campagna per il Sì al referendum e la prossima Legge di Bilancio.

Ma ora che Renzi da Segretario del Pd ha dichiarato la sua disponibilità a discutere della legge elettorale, ora che nell’impostare la prossima manovra finanziaria si stanno mettendo a fuoco misure importanti di equità sociale, ora che il quadro internazionale richiede al nostro Paese un impegno nuovo contro Daesh, possibile che la minoranza del Pd non trovi ragioni sufficienti per abbassare i toni polemici, superare dubbi e diffidenze sul referendum, discutere nel merito su legge elettorale senza porre condizioni?

Il Pd deve affrontare molti nodi, tra cui – insisto – quello di darsi una forma sul territorio maggiormente inclusiva, moderna, aperta e presente nella società. Ma il clima di congresso permanente non serve, allontana militanti ed elettori, e magari fornisce argomenti a chi pensa, sbagliando, che la democrazia possa fare a meno dei partiti.

Vedi anche

Altri articoli