Dico ai giovani del mio partito: non rinchiudiamoci nel palazzo

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4 settembre - Giovani democratici - Gd

Parliamo di temi, di proposte, di una rete capillare e ben strutturata tra i circoli. Incontriamoci tutti, insieme, uniti nel segno di un Partito che sappia ascoltare le diverse voci e che rappresenti l’orizzonte per chi fatica ad andare avanti

Scrivo perché, pian piano, si sta spegnendo la mia passione per la politica, nonostante appartenga alla generazione Millennials che sta facendo scalpore in questi giorni. Le politiche del PD non riescono più a farmi entusiasmare. La bellissima comunità, che per me rappresentava il PD da 4 anni, sta crollando, si sta sciogliendo al sole dell’era dell’antipolitica e delle post-verità. Mi sono tesserata ai Giovani Democratici nel maggio del 2013: avevo quasi 17 anni e ricordo bene la felicità negli occhi il giorno in cui sono entrata nella sezione locale del PD per la prima volta.

Col tempo, purtroppo, le cose sono cambiate. In questi anni, ho visto andare via tanti compagni e amici; ho visto andare via gente che mi spronava a fare di più, a non farmi abbattere dalle vicende politiche nazionali o locali, a crescere sul piano politico e personale ascoltando davvero i problemi dei miei coetanei e di tutti coloro che non si sentivano più al centro di un programma politico, di un’interrogazione parlamentare o di un qualsiasi dibattito politico, incentrato ormai più sulla personalità dell’uomo politico che sulle sue effettive proposte.

Perciò dicevo sempre che i Giovani Democratici fossero la mia isola felice, quel piccolo angolo magico e vivo che dava valore ai sacrifici e ai bocconi amari da mandare giù se ci si vuole davvero impegnare e camminare in politica. In questi anni, ho sentito spesso parlare dei giovani; a volte con uno sguardo miope e saccente, altre con uno opportunista e doppiogiochista. Ho sentito dire che bisognasse attirare l’elettorato giovanile che continuava a bastonarci, che fosse importante coinvolgere i giovani per le primarie, che fosse fondamentale svecchiarci e rottamare per dare un’impronta moderna e di svolta al nostro Partito.

Ho sentito questo e molto altro, però, mentre lo sentivo, notavo che noi giovani fossimo tenuti fuori da qualunque decisione o strategia politica, ovviamente se non si considerano riconoscimenti il fare volantinaggio selvaggio durante le campagne elettorali oppure l’essere scrutatore, ai seggi per le primarie, dalla mattina fino alla sera, senza tregua perché “tanto tu sei giovane”. Direi, un riguardo piuttosto singolare nei confronti di quei giovani che venivano citati così tanto negli slogan da trionfo per difendere un Jobs Act da rivedere piuttosto che affermare.

Per questo mi sono stupita domenica, quando ho saputo dei 20 Millennials che costituiscono parte della direzione nazionale del Partito Democratico. Pensavo stesse succedendo la Rivoluzione Russa, e invece era ed è tutto vero. A chi è stato selezionato vanno certamente i miei auguri, su questo non v’è dubbio, ma vorrei porre una riflessione. Ecco, secondo me, il bisogno o addirittura la necessità mediatica di creare la categoria dei Millennials, all’interno della direzione nazionale, dimostra quanto sia grande e grave la spaccatura tra il Partito Democratico e la sua Giovanile.

Un giovane democratico dovrebbe far parte spontaneamente della direzione giovanile, senza alcuna imposizione. E invece, ad oggi, non è così. Mi è sembrata la situazione fotocopia delle quote rosa, di quando una donna viene inserita in qualche lista del PD in quanto donna e, magari, se va bene capita pure che sia capace. Credete davvero che questo sia il modo di ridimensionare la forbice ampia tra giovani e politica? Credete davvero che noi giovani vogliamo far notizia perché abbiamo 20 anni e non perché passiamo le sere ad organizzare un’iniziativa interessante e partecipata da molti? Credete davvero che un’azione simile sia un segnale positivo forte nei confronti di chi può aspirare massimo ad un ringraziamento a termine di una riunione in sezione, perché “tanto tu sei giovane e ne hai di strada da fare”?!

Non porti voti e non porti consenso, quindi devi accontentarti di spostare le sedie durante la Festa de L’Unità, se si è eccessivamente ambiziosi. Ecco, chi scrive è una Giovane Democratica di 20 anni che si è stufata di vedere coetanei che stima lasciare il PD, che si è stancata di ingoiare giù bocconi amari, che non vuole più essere chiamata il giorno delle primarie perché deve fare la scrutatrice, che non vuole essere definita invidiosa o gufa se pone una critica costruttiva alle istituzioni del partito, che si è scocciata a parlare di congresso e cariche nazioni perché vorrebbe tornare a parlare di sfruttamento dei giovani, di lavoro sottopagato, di sogni spezzati a chi avrebbe voluto frequentare l’Università ma, purtroppo, ha dovuto rinunciarvi.

E la colpa è solo nostra. I responsabili siamo noi, ma preferiamo continuare a parlare di percentuali e nomine di ‘prestigio’.Dobbiamo capire che là fuori c’è un’Italia che passa il tempo a struggersi, a consumare suole su suole di scarpe perché o sei troppo vecchio per essere assunto o sei troppo inesperto, essendo giovane. Là fuori c’è un’Italia che sta sveglia la notte perché non sa se il giorno dopo avrà ancora un tetto in testa, e non perché è troppo impegnata a salire in classifica sull’applicazione di Matteo Renzi.

Dunque muoviamoci e smettiamo di rinchiuderci nelle nostre assemblee o direzioni nazionali che, ve l’assicuro, non fregano più a nessuno. Parliamo di temi, di proposte, di una rete capillare e ben strutturata tra i circoli. Incontriamoci tutti, insieme, uniti nel segno di un Partito che sappia ascoltare le diverse voci e che rappresenti l’orizzonte per chi fatica ad andare avanti. Sono giovane, certo. Però anche la giovinezza ha un limite: va’ per la sua strada a furia di essere presa in giro o strumentalizzata e non ti grida un addio rumoroso come quell’81% che il 4 dicembre ha bocciato totalmente la riforma emblema del Governo Renzi. Con l’augurio che possa smuovere qualcosa.

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