Dialogo semiserio sul tema “Il museo è mio e me lo gestisco io”

Cultura
Visitors  at Galleria degli Uffizi in Florence, 13 July  2015. 
ANSA/MAURIZIO DEGL INNOCENTI

La provocazione. “Ma lei ci va al museo?” “Ci sono stata in prima media, che ci torno a fare?”

Tate Modern a Londra, la National Gallery, il British Museum. L’isola dei Musei a Berlino, il Museo Guggenheim a Bilbao, il Moma di New York.

«Puà, che schifo. Sono gestiti malissimo e non ci va nessuno. Quanto sono scarsi i direttori dei musei stranieri! Noi sì, semo li mejo. Abbiamo dentro l’anima il patrimonio di secoli e secoli d’arte, siamo gli inventori del Rinascimento».

«Sì certo, signora, dentro, dentro, dentro ..così dentro che non lo vediamo più manco noi ’sto patrimonio… perché i nostri musei sono vuoti proprio di italiani e non ci va nessuno. Di noi italiani intendo, a parte per gli eventi. Dentro i musei italiani ci sono solo stranieri. Lei la domenica ci va? Così, a farsi una passeggiata, come si usa a New York, o a Londra, in cui tantissimi, invece di andare al centro commerciale, si danno appuntamento al Museo, dentro il British, la Tate, il Guggenheim e se lo vedono e rivedono. Come un film adorato. E poi rimangono là, a chiacchierare. E ci sono bar, sale, attività».

«Io ci sono andata in prima media, agli Uffizi, e al ginnasio ai musei capitolini, bellissimi..però sempre di corsa, entra ed esci, ma …che ci torno a fare?»

«Signora, ci si torna, ci si nutre d’arte… lentamente, sempre, mica li si vede una volta e poi ciao; i musei della sua città li ha visitati? li rivisita? non è che per caso li trova noiosi? Giusto così, per dire…magari hanno ..le scritte illeggibili, quando ci sono, con i servizi male organizzati, con iniziative interessanti e aggiornate sempre più rare? Con i custodi annoiati all’ingresso di cui a qualcuno fuori a fumare? Con attività quotidiane, non eccezionali, connesse e costruite con le scuole frammentate e discrezionali? Non è che sono abitati, i nostri musei solo e soltanto da stranieri e da scolaresche con docenti che si sbracciano a spiegare ai nostri figli male abituati, da loro e da noi? E forse l’errore quello è ..che vuoi spiegare? Devi appassionare, costruire, strutturare un linguaggio e un’abitudine, non un evento. All’estero, mi scusi, lo fanno. Ah…non lo sapeva?»

«E gli stranieri prescelti a dirigere questi grandi Musei nostri sono solo sette su venti, mica tutti. Se vogliamo poi trovare il pelo nell’uovo si rischia che trovato il pelo si butta l’uovo. E capita sa? Perché non mi pare che siamo così appassionati dei nostri musei, noi italiani. Li vediamo una volta, da piccoli o in gita, come quando si fa il cambio dei dentini, e poi ciao».

«Sa cosa contengono questi grandi Musei? Visto che la trovo così interessata al tema…può essere, dico, giusto per avanzare due ipotesi e forse sbagliate, che in fondo in fondo a noi di musei ci freghi poco e che sono gestiti un pochino male e comunicati peggio e proprio per questo non ne sappiamo nulla?»

«Ah, boh, e mica ho tempo io di interessarmene. Io lavoro sempre…però sono i nostri Musei, la nostra identità e anche noi siamo bravi».

«Perché noi siamo noi? Per diritto dinastico, o per cosa? Muti può dirigere i Berliner, ma i nostri Musei ce li dobbiamo dirigere tutti noi? La bravura ha il passaporto?»

«Con tanti giovani italiani bravi in giro…Mia nipote poi, si è laureata in storia dell’arte ed è bravissima».

«Signora, scusi, non esiste da noi la laurea in storia dell’arte».

«E vabbè, quella dai».

Insomma, siamo cittadini del mondo, ma il Museo, ora che me lo ricordi che ho un Museo, è mio e me lo gestisco io.

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