Dialogo e democrazia

Politica
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Il dialogo a viso aperto, la bellezza della reale e dura dialettica democratica, partiti vivi, pluralisti, aperti. Credo sia questo il modo in cui si potrà dare alla vita pubblica l’ossigeno di cui ha bisogno

Per ascoltare occorre tacere. Non soltanto attenersi a un silenzio fisico che non interrompa il discorso altrui (o, se lo interrompe, lo faccia per rimettersi a un successivo ascolto), ma a un silenzio interiore, ossia un atteggiamento tutto rivolto ad accogliere la parola altrui». Sono parole di Giovanni Pozzi, citate in un bel libro di Eugenio Borgna dedicato a un grande tema della condizione umana del nostro tempo: «La fragilità che è in noi». La fragilità non è solo un dato del carattere dei singoli né è esclusivamente legata ai difficili passaggi delle età della vita, ma è intrecciata anche alle condizioni storiche, alle fasi di transizione sociale, culturale, antropologica del contesto in cui abita la propria esistenza. La nostra società, quella della globalizzazione, della precarizzazione delle esperienze di lavoro e di relazione, della copertura totale e permanente dell’informazione, produce un ambiente favorevole alla sensazione diffusa di camminare ogni istante su un terreno friabile. Di qui il prevalere della nostalgia del passato, che ci appare (solo per averlo conosciuto e superato) più rassicurante e sicuro del presente e il timore per il futuro, che sembra, in definitiva, come un tunnel senza luce. Di qui anche il più pericoloso, socialmente e politicamente, dei fenomeni comportamentali: il diffondersi della paura, della emotività come guida alla propria reazione ad ogni fatto privato e pubblico. Ne discende ancora il rifiuto della razionalizzazione dei fenomeni e della loro intriseca, e crescente, complessità. Sempre Pozzi, teologo e analista della condizione umana, ha detto: «Il linguaggio porta necessariamente al dialogo, ed è perciò la piattaforma sulla quale si realizza l’incontro io-tu, che il solitario tenta di sfuggire come incompatibile col suo disegno».

Ma se il tratto prevalente della nostra società fosse oggi proprio la morte del dialogo? Paradosso assoluto in un tempo in cui il mondo ha ravvicinato tutte le sue distanze e consente strumenti di conoscenza e di interscambio del tutto inediti nella storia dell’umanità. Ma così è, in ogni campo. A cominciare da quello religioso, dove si riaccendono integralismi di ogni natura, principale pericolo, in questa fase, per la pace e la sicurezza . Io amo, da sempre, i leader politici che hanno il coraggio di dire, in primo luogo al loro popolo, cose scomode, difficili, innovative. E so, anche per esperienza, quanto questo possa portare a incomprensioni e persino isolamento. Non successe così a Berlinguer con lo strappo dall’Urss e con la questione morale? Non così a Moro con la “terza fase”? Per questo ho considerato tra i più bei discorsi degli ultimi anni quello tenuto all’Università Al-Azhar dal premier egiziano Al Sisi. Un intervento direttamente rivolto ai leader della sua religione: «È inconcepibile che il pensiero da noi considerato più sacro debba portare l’intero mondo musulmano ad essere fonte di pericolo, morte e distruzione per il resto del mondo. È impossibile!.Non è possibile che 1,6 miliardi di musulmani vogliano uccidere gli altri 7 miliardi di abitanti della Terra».

Ma la politica, anche in Occidente, può sentirsi al riparo dall’epidemia di assolutismo integralista che sembra pervadere il discorso pubblico? Il parlamento è un luogo di dialogo, i partiti sono luoghi di dialogo. Il dialogo, l’incontro tra diversi che, pur restando tali, non si negano il piacere dell’ascolto, il dovere della comprensione, la ricerca di possibili intese. Ha scritto Gregory Bateson: «La saggezza è saper stare con la differenza senza voler eliminare la differenza». Nella concezione di una democrazia bipolare e dell’alternanza i confini sono ben definiti. Qualcuno governa, qualcuno è all’opposizione. Nella infinita transizione e anomalia italiana questo non è stato e non è possibile. La grande confusione, figlia dell’equivoco delle alleanze spurie, ha fin qui impedito la normalità di una normale dialettica politica. Ma la condizione virtuosa è la netta demarcazione dei ruoli, nel contesto di un comune interesse per le sorti della nazione. Qualcuno governa, qualcuno è all’opposizione ma tutti si concorre all’interesse della nazione. È questa la grande forza della tradizione democratica anglosassone. E il parlamento è, o dovrebbe essere, il luogo di questa costruzione virtuosa. Invece le aule sono ridotte a luoghi di propaganda, dove si affettano mortadelle, si innalzano striscioni, si gridano slogan. E intorno la politica deperisce, riducendosi al puro assecondare le pulsioni di un’opinione pubblica sempre più esposta a tempeste emotive tanto violente quanto rapide. E spesso fondate su notizie efferate e inventate.

Un circuito diabolico che, specie su temi delicati come l’immigrazione, può avere effetti molto pericolosi. E chi alimenta odio dovrebbe saperlo. Ma l’ascolto dell’altro da sé, la ricerca delle convergenze è un dovere se praticato alla luce del sole e nella demarcazione dei ruoli. La democrazia moderna ha bisogno di un centrodestra moderato e di un centrosinistra riformista, l’uno nettamente distinto dall’altro per programmi, valori, idee. Ambedue rispettabili, ma con politiche diverse, profondamente diverse. È qui la differenza che passa tra il Pd a “vocazione maggioritaria” – idea che si proponeva, e lo ha fatto con successo negli ultimi anni, di trascinare la sinistra italiana fuori dal suo minoritarismo endemico per farle abbracciare una politica di radicale riformismo capace di conquistare la parte mobile dell’elettorato -, rispetto a quello che a me appare il suo contrario e che, per fortuna, non si manifesta nelle autentiche posizioni dei leader politici ma nelle spesso tortuose interpretazioni di loro segrete volontà. Considero infatti l’idea del partito della nazione, cioè di un contenitore indistinto che si vorrebbe potesse raccogliere forze tra loro alternative, una fola mediatica irreale e sbagliata. I partiti, se vogliono esistere, devono prendere posizione, idealmente e politicamente, approfondendo le moderne distinzioni dai loro avversari. La nazione e i suoi interessi sono l’ombrello sotto il quale si deve affermare quella capacità di dialogo e di convergenza sulle regole tra forze alternative senza le quali non c’è piena e viva vita democratica di un Paese. L’indefinito uccide la politica e la democrazia.

O consociativismo opaco o rissa o, peggio, tutte e due insieme. Io non mi sono mai rassegnato a questa triste deriva della nostra vita politica. Rimango dell’idea che sia bella e vitale una democrazia in cui le grandi appartenenze della storia si contendono duramente la maggioranza e insieme poi si fanno carico degli interessi generali. Nel congresso degli Usa, quando entra il Presidente, tutti si alzano per applaudirlo, pronti a combattersi aspramente sulle politiche di merito. Ma di dialogo c’è bisogno anche nella vita dei partiti. Qual è la cosa più bella del militare in un partito se non il sentirsi parte di una comunità di persone che, ciascuno con la propria testa, cercano di capire il loro tempo, portano il loro pensiero al confronto con gli altri, sono disponibili a cambiarlo e tifano per il successo comune? Partiti aperti, non dominati dalle correnti, fondati sull’ascolto e sulla capacità di far convivere e collaborare le differenze legandole a un destino comune. Partiti vivi, capaci di sperimentarsi in battaglie politiche e ideali, nei quali l’obiettivo non sia decapitare il leader di turno ma affermare, anche criticamente, il proprio punto di vista che viene rispettato e tenuto in conto. Sapendo, anche qui, che l’interesse di una corrente dovrebbe venire dopo quello di un partito che, a sua volta, dovrebbe venire dopo quello generale della nazione.

Il dialogo a viso aperto, la bellezza della reale e dura dialettica democratica, partiti vivi, pluralisti, aperti. Credo sia questo il modo in cui si potrà dare alla vita pubblica l’ossigeno di cui ha bisogno. Se non si vuole che alla fine prevalgano populismi e spiriti emotivi, come nei momenti bui della storia. Un rischio che prende ogni giorno più consistenza. Ogni tanto bisognerebbe mostrare in Parlamento “Prova d’orchestra”, il meraviglioso apologo filmico di Fellini sulla società italiana. Forse sembrerebbe uno specchio, più che una proiezione. Quell’ensemble litigioso, divorato da gelosie e protagonismi, si mette a suonare ordinatamente solo quando una gigantesca palla d’acciaio nera, quella delle demolizioni, fa irruzione violenta nella sala prove. La lampada rossa dell’allarme è accesa da anni. Non vederla è pericoloso, di questi tempi.

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