Di sinistra è l’accountability (la sinistra deve rottamare l’austerità con la serietà)

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epa04835849 (L-R) French President Francois Hollande, Spanish Prime Minister Mariano Rajoy, Greek Prime Minister Alexis Tsipras and Italian Prime Minister Matteo Renzi during the Eurozone summit at the EU council headquarters in Brussels, Belgium, 07 July 2015. Eurozone member states are waiting for Greek proposals in order to discuss a new aid programme for Greece. The country is rapidly running out of money after the European part of Greece's latest bailout expired June 30 after no agreement was reached for more aid between Greece and its international creditors.  EPA/OLIVIER HOSLET

In Europa il vero insegnamento che la sinistra deve prendere dalla crisi è che lei deve farsi promotrice e paladina dell’accountability, ossia di quel fattore difficilmente traducibile in italiano anche in termini linguistici, ma che proprio dall’Italia si è cominciato a mettere al centro.

Nel nostro continente chi condanna l’austerity senza se e senza ma sono i cosiddetti populisti: da Salvini a Grillo passando per le variegate sinistre extra Pd in Italia, Le Pen in Francia, l’arcinoto Tsipras in Grecia, più che Linke e Verdi i crescenti movimenti estremisti in Germania. Come si nota si spazia, usando i termini tradizionali del novecento, da destra a sinistra, ma tendenzialmente accomunate in quanto estreme e populiste. Le sinistre di governo, quella di Renzi e Hollande, che per volere del destino europeo si trovano insieme proprio in questo momento storico, mostrano un atteggiamento non ideologico anche nei riguardi dell’austerity, ma vengono inevitabilmente accomunati ai governi di centrodestra di Merkel e Rajoy (oltre che, al di là della Manica e dell’Euro, di Cameron) perché non urlano sufficientemente contro l’austerità imposta dall’Europa definita germanocentrica.

Nel dibattito sulla crisi europea, e dell’Eurozona in particolare, che si è sviluppato tra l’intelighenzia oltreoceano, invece, le cose sono molto più chiare, forse perché ad alti livelli è più facile fare assunzioni sull’inesistenza del paese reale. Negli Stati Uniti la sinistra, o meglio i cosiddetti liberal come il già premio Nobel Paul Krugman, affermano che l’austerità è sbagliata e, anzi, dannosa per la crescita, che non è legittimata dal popolo e che oltretutto l’Europa dovrebbe imparare dagli Stati Uniti e abbracciare politiche simil-keynesiane (moltiplicatori e stimolo fiscale). Chi in qualsiasi misura “difende” l’austerity, invece, è di destra. Sembra confermare tale impostazione anche Andres Aslund nel dimostrare, dal suo punto di vista, che l’austerità non è sbagliata ma anzi è indispensabile per rimettere in moto un Paese, portando l’esempio della Lettonia, e che a perseguirla sono stati solo governi europei di centrodestra. L’economista svedese, da decenni studioso e impegnato nella transizione al capitalismo delle economie comuniste dell’ex URSS, vuole dimostrare che poderosi tagli di spesa pubblica devono essere fatti a maggior ragione se si è in tempi di crisi, favorendo il successo delle riforme strutturali, che a loro volta fanno ripartire la famosa crescita.

Ma in Europa il vero insegnamento che la sinistra deve prendere dalla crisi è che lei deve farsi promotrice e paladina dell’accountability, ossia di quel fattore difficilmente traducibile in italiano anche in termini linguistici, ma che proprio dall’Italia si è cominciato a mettere al centro. L’ultimo richiamo in ordine cronologico è la recente intervista al Financial Times in cui il ministro Padoan invoca una unione politica: l’Europa ha bisogno di una politica fiscale che risponda ad un parlamento che deve essere eletto, “altrimenti non c’è accountability”. La sinistra in Europa deve rottamare l’austerità con la serietà. Nel frattempo, sempre per restare in ambito di “sinistra au caviar”, Krugman ha da poco rilasciato una recensione di “The Economics of Inequality”, libro di un altro economista in voga e indicato come icona europea della “sinistra più pura”: Thomas Piketty. Beh, lo studioso statunitense non le ha mandate a dire, ciò in bello stile liberal, definendo questa traduzione in inglese una sorta di versione leggermente rivista di una vecchia pubblicazione di Piketty di quando aveva circa 26 anni, non prendendo dunque in considerazione quasi 20 anni di ricerca sulla disuguaglianza. Insomma, poveri quelli che in generale si fanno suggestionare e povero Piketty, lui non in senso capitalista…

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