Di Maio, il leader che non c’è

M5S
Luigi Di Maio (M5S), vicepresidente della Camera, nella giornata a sostegno del candidato sindaco di Quarto (Napoli), Rosa Capuozzo (s), impegnato nel ballottaggio con il candidato del centrodestra, Quarto, 6 giugno 2015. ANSA / CIRO FUSCO

Ha sottovalutato la situazione e lasciato “rimediare” Grillo: è la solita struttura di comando. Ora è sotto processo, altro che leader del Movimento

Succede a qualcuno di credere di guidare gli altri, di voltarsi e non trovare nessuno che lo segua: scoprire così che si è trattato solo di una passeggiata. È un aforisma di un pastore americano sulla leadership ma l’avventura di Luigi Di Maio è stata davvero una breve camminata che ha rivelato il cinismo di Beppe Grillo e l’inesistenza della classe dirigente del Movimento. A Quarto si consuma l’innocenza del 29enne di Pomigliano d’Arco che non ha saputo né potuto trasformare la sua garbata posizione in azione: quello è il varco da attraversare per guadagnare posizioni. Il padrone del gioco era lì, a quel varco, è arrivato prima, c’è da sempre e non esiste successione se il capo non si sposta. Ma non può esistere successione nei Cinquestelle, i vari livelli decisionali si rivestono di parole ideali ma le pratiche sono quelle più aspre del potere assoluto. L’eterodirezione di un massa molto estesa, eterogenea per età, interessi, ceto e per questo meno sindacalizzabile. Un comando esercitato da due persone non elette: un vizio di sostanza mica male per chi straparla di democrazia direttissima.

Eppure, Luigi Di Maio ci credeva. Anche se spesso doveva ripiegare in dichiarazioni ufficiali – “io candidato? Roba da fantacalcio…” – che non scalfissero l’indistinzione che è tratto fondante del Movimento, sia all’interno che nelle valutazioni esterne: loro sono tutti uguali, e giusti. Gli altri sono ugualmente tutti uguali: ma sbagliati. L’annullamento delle differenze è stata la premessa del Movimento, per smarcarsi in una purezza ariana: noi e il resto sconcio e ladro del mondo. A Quarto, i due mondi si sono confusi e sovrapposti, nel pezzo di terra che Grillo – adesso – gli attribuisce (a lui e a Roberto Fico). Di fatto, stracciando l’altro egualitarsimo spinto: quello interno. Si era già visto nei sommari e ridicoli processi di espulsione ai renitenti: nelle situazioni di crisi, del discorso pubblico del padrone resta solo l’orgasmo di frasi lapidarie. Il tono dev’essere per forza quello del narcisista arringatore perché è la costruzione preparata e dettagliata e diventa necessaria per tuonare sopra la realtà. Certo, è evidente: s’è perso il tocco del comico, che sapeva dare l’impressione dell’improvvisazione, del mutamento, dell’occhio allenato alla novità, alla cronaca. Quel discorso asciugato della sorpresa resta un terribile esercizio di autorità. Questo è il Movimento dopo i fatti di Quarto. Non esiste un Direttorio ma possono esistere colpevoli.

Ci credeva, dunque, Di Maio. S’illudeva. “D’ora in poi Beppe Grillo e Casaleggio avranno meno spazio, ma loro sono contenti. Sono in una fase in cui cercano di dare più responsabilità a quelli che oggi fanno parte del Movimento e ne condividono la linea”. Parlava così, un anno fa. “Grillo e Casaleggio attraverso il blog gestiscono una parte del Movimento, un’altra parte la decidiamo noi in assemblea: questo procedimento porterà a dare maggiori responsabilità a chi prima ne aveva meno e viceversa. Il Movimento 5 Stelle, proprio perché si chiama così, è in continua trasformazione e subirà altre trasformazioni. Non la vivo come una nostra emancipazione”, concluse, allora, con un filo di vanità. Ha la stoffa del profeta, il giovane-vecchio che si presentò nel 2010 alle comunali di Pomigliano e raccolse 59 voti. Non si scoraggiò: la passione per il blog di Grillo lo distrasse negli studi di Giurisprudenza, ancora incompleti, ma fornì l’occasione delle “parlamentarie” e con 189 preferenze (grossomodo, gli abitanti di un palazzo) fu deputato. Da quel momento ha potuto scrivere una cifra nella dichiarazione dei redditi che nel 2013 (l’anno dell’elezione) era semplice da redigere: zero euro.

È figlio di un ex dirigente del Movimento sociale italiano e di una professoressa, l’aspetto e i modi sono stati decisivi per inquadrarlo come possibile uomo “istituzionale” del Movimento: emergeva dal gruppo un po’ grossolano, ma “nella terra dei ciechi anche l’orbo è re”, scrisse di lui il Giornale. Sapendo che alla grandezza di una leadership serve la capacità di far leva sulle emozioni, ha tentato qualche iperbole, ma in questo addestramento era sempre schiacciato dalla retorica di Grillo, sia nel pascolo sulle disgrazie del Paese, sia nel nutrire di visioni i simpatizzanti: quell’immaginario era stato forgiato dal genovese con la pazienza di un fabbro, giorno dopo giorno, battendo sul ferro senza dubbi. Com’era pensabile che mollasse gli attrezzi a qualcun altro?

A Quarto Di Maio doveva rischiare in proprio, prendere in mano la situazione, cercare di calcolare il danno minimo della diversità perduta, proteggere quel patrimonio continuamente rivendicato davanti ai guai degli altri. Ha sbagliato tutto: mentre i membri del direttorio si affrettavano a comunicare in ordine sparso, lui e Fico hanno scelto di difendere il sindaco Rosa Capuozzo. L’attualità però chiedeva il conto, al sindaco e agli avvocati. E se Fico provava a resistere (immolandosi alla coerenza), Di Maio si nascondeva. Ma le idee mutano di pari passo con la loro fortuna: ha finito per allinearsi dopo che Saviano aveva rotto gli indugi, chiamando anche Grillo alla riscossa mediatica: Quarto ci farà affondare, alziamo il muro fra noi e loro. Il probema è che “loro”, in questo caso, sono amministratori del Movimento, ma saranno danni da inventariare poi. Adesso Di Maio saggia l’ampollosità: “Questa episodio mi ha fatto male all’anima – ha detto al Corriere – e sono orgoglioso di far parte di questa comunità dove prima delle poltrone viene la coscienza. Ne usciamo a testa alta sia per aver avuto un sindaco che ha arginato i tentativi di infiltrazione, sia per aver mostrato che facciamo quello che diciamo. Le dimissioni di Rosa, che non è indagata sono un segnale di coerenza”. Non c’è niente di certificabile in questa perorazione del nulla: l’argine del sindaco verso i voti della camorra è tutto da dimostrare, e le sue dimissioni non sono ancora pervenute. Momentaccio per Di Maio, il Mattino lo vede nel mirino: “È lui il responsabile degli enti locali – rimarca un senatore, al quotidiano di Napoli – ed è riuscito a trasformare un Comune di 5.000 abitanti nella nostra Stalingrado, un disastro”. Nelle battaglie è tempo di generali, e Di Maio aveva stellette solo immaginarie, e quelle poche gliele hanno scucite a Quarto. Perché comanda uno, anche se provi a chiamarlo in un altro modo: “Il Movimento ha un garante che è Grillo”.

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