Democrazia governante o consociativa?

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Proporzionalismo significa un sistema nel quale il governo non è deciso dal voto degli elettori, ma dalla trattativa tra i partiti dopo il voto

Il conflitto in atto nel Pd non può essere interpretato soltanto come espressione di rancori o idiosincrasie personali. Che questi ci siano, è purtroppo sotto gli occhi di tutti. Ma è importante vedere anche che sotto c’è qualcos’altro: il confronto tra due concezioni della democrazia che si rivelano sempre più inconciliabili. Da una parte c’è un’idea di democrazia competitiva, e quindi caratterizzata dall’alternanza; una democrazia governante, nella quale l’architettura istituzionale e il sistema elettorale assicurino stabilità e continuità della direzione politica.

A questa idea di democrazia serve inevitabilmente un sistema elettorale maggioritario. Dall’altra parte abbiamo un’idea di democrazia consociativa, nella quale nessuno vinca del tutto (Zagrebelsky dixit), con la conseguenza che nessuno è responsabile delle scelte fatte o non fatte. È quella che abbiamo conosciuto fino al 1993, e che è indissolubilmente legata al proporzionale.

Questa democrazia – nonostante la sua debolezza, denunciata già da alcuni costituenti – si è rivelata adatta all’Italia uscita dalla guerra, con il difficile ma immutabile equilibrio tra una Dc che vinceva comunque e un Pci che, non potendo vincere in nessun caso, si accontentava di non perdere troppo. L’insieme funzionava perché si era dentro il quadro della guerra fredda. L’ombrello americano assicurava all’Italia, in cambio del suo schieramento, vantaggi economici e politici. E il legame del Pci all’Unione sovietica assicurava la non competitività del sistema. Oggi però la situazione è ben diversa. La globalizzazione tiene sulla corda tutti i paesi europei e non c’è più niente di garantito.

Occorrono governi forti e stabili, in grado di fare le scelte, a volte difficili, che sono necessarie, e in grado di svolgere in Europa un ruolo attivo e non subordinato. Si discute da trent’anni la riforma costituzionale, e per la prima volta abbiamo la possibilità di realizzarla. E non è certo un caso che, man mano che avanza il dibattito sul referendum, si vada chiarendo l’opzione proporzionalista da parte di chi si oppone alla riforma. È lecito essere per un sistema proporzionale, ma bisogna esser chiari sulle conseguenze.

Proporzionalismo significa un sistema nel quale il governo non è deciso dal voto degli elettori, ma dalla trattativa tra i partiti dopo il voto. Le preoccupazioni sull’Italicum, espresse dalla minoranza Pd, appartengono a una cultura politica proporzionalista e oligarchica, che credevamo superata per sempre dopo la fine del Pci.

Il timore del maggioritario, che era nel Dna di quel partito, non dovrebbe essere più nel Dna dei post-comunisti, a partire dal referendum del 1993, ma già dalla relazione di Occhetto contro il consociativismo e per l’alternanza (1987). Eppure arriva a determinare ragionamenti paradossali, come quello contro il ballottaggio. Col ballottaggio, si dice, potrebbe diventare maggioranza una forza politica che ha preso il 25% dei voti nel primo turno, e che quindi non è rappresentativa.

Come dire che sono validi solo i voti del primo turno. E perché mai? Il secondo voto non è meno valido del primo. La logica del ballottaggio è precisamente quella di fare esprimere una seconda preferenza, come in alcuni sistemi elettorali (quello australiano del voto alternativo o quello sottoposto a referendum in Gran Bretagna nel 2011), ma differita nel tempo. È un meccanismo ancora più democratico, perché porta gli elettori a far convergere i loro voti, riflettendo sui risultati del primo turno, e quindi consente, come spesso avviene in Francia e com’è opportuno e necessario in un sistema tripolare, di rivedere la propria scelta. Molte critiche si possono fare all’Italicum, ma questa è senz’altro infondata: si spiega solo con il desiderio di mettere indietro l’orologio, e tornare ai fasti del consociativismo. Che oggi però, scomparsi i grandi partiti del Novecento, si chiama più volgarmente inciucio.

 

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