Dell’essere trentenni. Chiacchiere di due amiche nel tempo che corre

Pensieri e Parole
pensieri_e_parole

I 30 anni somigliano alla domenica: ti rilassi ma sei con la testa al lunedì

E da quando abbiamo smesso di credere nelle favole? Fare la faccia rassegnata di chi la sa lunga, dirci che in fondo va bene così, poteva essere peggio. La mia psicologa crede che. Via via fino a quella pomata che fa miracoli contro la dermatite da stress.

Qualche sera fa, chiacchieravo con un’amica. Medie e liceo insieme, una sorella.

Mi piaceva il posto dove ci eravamo fermate. Un vicolo in centro, poco affollato, candele sul tavolo e ciuffi di edera rossa sopra al muro. Lei raccontava del lavoro (troppo) e del compagno (****). Non so dire il perché. Ma è stato come se ci fossimo perse di vista per interi anni: la ragazza che è stata giocava contro la donna che mi sedeva accanto.

Il suo viso era illuminato di sbieco. Per la prima volta ho fatto caso alle rughe attorno agli occhi. Mi sono chiesta se anche le mie si vedano tanto, nonostante il trucco. La mia amica non aveva avuto il tempo di passare da casa ed era vestita di scuro, giacca e pantaloni. Bella, ma diversa dall’immagine che mi piace conservare di lei. Strana cosa, ho pensato.

Da quando si è trasferita a Roma ci vediamo almeno una volta a settimana. Non era cambiato niente dal giovedì prima. Perché quell’impressione che fosse tutto diverso? Mentre parlava abbiamo sospirato insieme. Su un paio di punti, lavoro e uomini. Più che altro uomini.

Ma non c’è stato nulla di: secondo te cosa voleva intendere con quel silenzio? Fino a costruire le dietrologie più complesse su presunte intenzioni e falsi pudori. In passato era il nostro gioco preferito. E invece no. Abbiamo liquidato la questione con un sorso di vino, forse un’alzata di spalle. Ci siamo dette che non è come lo avevamo immaginato. Un po’ tutto, intendo.

Non siamo figlie, non siamo madri. Non siamo mogli, ma forse non è questo.

Lavoratrici, tanto e non come vorremmo. Spesso parliamo di “bilanci”, e ne facciamo di continuo. I trent’anni somigliano a certe sere la domenica: ti sei rilassata, vuoi goderti la cena e invece hai la testa al lunedì. No? Lei ha annuito.

Dicono di noi: generazione smarrita, generazione di passaggio. Dicono un sacco di robe, mi ha risposto.

Fammi leggere un suo messaggio, le ho chiesto. Perché? Aveva l’aria smarrita. Così, come facevamo un tempo. Non era convinta. Ho smesso di esserlo anch’io, e ho lasciato che quella domanda scivolasse via al secondo giro di vino. Che poi: “i bei tempi andati”, tu hai mai capito quali erano?

Ha fatto segno di no con la testa e ha sorriso.

La nostalgia è scomparsa.

C’entrava il fatto che era sempre lei, più stanca, vestita meglio, con qualche ruga. C’entrava il fatto che la scintilla che credevo spenta, non lo è affatto. Quella sera riposava chissà dove, ma esiste. Forse fa più fatica ad accendersi. La verità è che leggere le chat delle amiche era un gioco noioso. Dicono di noi generazione del Carpe diem.

E in effetti: il vino, l’aria pedonale, le pietre a vista del palazzo di fronte, lampioni ambra, edera rossa, e la mia migliore amica.

Da lì in poi, fino a quando abbiamo chiesto il conto, ho vissuto felice e contenta.

Vedi anche

Altri articoli