Della Loggia smarrito

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Quello di editorialista è un duro mestiere, ma qualcuno deve pur farlo

Quello di editorialista è un duro mestiere, ma qualcuno deve pur farlo. È quanto deve aver pensato Ernesto Galli della Loggia, da circa trent’anni editorialista di punta del principale quotidiano italiano, quando si è accinto a vergare il duro monito a Matteo Renzi pubblicato ieri dal Corriere della Sera. Una critica rigorosa, sferzante, impietosa. Ma soprattutto incardinata su dati di fatto incontrovertibili.

Ricordiamone alcuni, tra i più severi: “a Palazzo Chigi non si sono tenute molte cene con intellettuali o accademici illustri”, per non parlare poi del fatto che “raramente il premier è stato visto in prima fila nei teatri, nei cinema o ai concerti”. Come dar torto a Galli Della Loggia? Come non accorgersi che Renzi abbia colpevolmente trascurato di allestire presso la Presidenza del Consiglio un adeguato numero di banchetti accademici?

Ecome non stigmatizzare con durezza l’assenza di film e spettacoli dall’agenda serale (ma anche pomeridiana, in assenza delle tanto rimpiante matinée teatrali) del capo del governo? Era destino che limiti tanto gravi dell’azione di governo non sfuggissero prima o poi ad un occhio attento e allenato a smascherare le malefatte del potere, e dunque onore a Galli Della Loggia per esserci arrivato per primo. E tuttavia ci corre l’obbligo di interloquire con sua critica, severa ma giusta, per suggerirgli alcuni argomenti che in futuro potrebbero renderla ancora più ficcante.

Ad esempio comprendiamo che l’idea che questo governo abbia speso tempo ed energie per interloquire con quello che viene descritto con il dovuto disprezzo come “il mondo del fare” (abitato da “imprenditori, esperti di economia e di affari”) risulti tanto indigesta a Galli Della Loggia, soprattutto se a farne le spese sono state le cene con gli accademici illustri tanto care all’editorialista.

Eppure pare di ricordare che lo stesso Corriere della Sera, che leggiamo da sempre come il più autorevole quotidiano italiano anche per il suo saper rappresentare gli stati d’animo delle nostre classi dirigenti, abbia per decenni richiamato ogni governo ad ascoltare i ceti produttivi e a farsi interprete delle esigenze di riforma che il famigerato “mondo del fare” riteneva regolarmente trascurate dalla politica.

Può darsi che quel richiamo tanto insistito sia ormai passato di moda, e che per questo Galli Della Loggia ammonisca Renzi a sostituire lo spazio riservato nell’agenda di governo ad incontrare imprenditori ed esperti di economia con un numero sufficiente di altre attività. Eppure un indizio ci sovviene, laddove lo stesso Galli Della Loggia indica con nome e cognome quello che considera il massimo rappresentante del “mondo del fare”: Sergio Marchionne. Perché l’editorialista ci tiene a farci sapere che “non è detto da nessuna parte che l’interesse della Fiat coincida con quello dell’Italia”, caso mai avessimo finora pensato il contrario.

E tuttavia quell’indizio continua a tormentarci, insinuando in tanti di noi il sospetto che anche solo sei mesi fa (quando la Fiat era ancora socio di Rcs) il coraggioso Galli Della Loggia forse non avrebbe concentrato proprio su Marchionne la sua rigorosa severità. Scacciato questo sospetto come una ingenerosa manifestazione del nostro malanimo, non ci resta che congratularci con Galli Della Loggia per avere finalmente inchiodato Renzi alla responsabilità di avere promosso quelli che il prestigioso commentatore definisce “gesti di munificenza rivolti ai meno abbienti”.

Grave, gravissimo, intollerabile. Soprattutto per chi, come Galli Della Loggia, non solo ha nel massimo dispregio coloro che appartengono al “mondo del fare” ma certamente non appartiene a quelle fasce sociali a cui la sfortuna ha assegnato “meno di 26mila euro di reddito annuo”. Ci congratuliamo con lui, con il suo meritato status accademico ed economico e gli auguriamo di dilettarci per ancora trent’anni con i suoi spassosi editoriali.

 

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