Decidere è fondamentale, ma con collegialità

Pd
Gianni Cuperlo e Matteo Renzi
ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Il confronto interno fa crescere il Pd

L’articolo di Fabrizio Rondolino pubblicato sull’Unita’ dopo la vivace discussione nella Direzione del partito è di grande interesse e tocca un punto non secondario nel dibattito politico interno al Pd. E cioè, come legare la necessaria “decisione” con il rispetto della “democrazia”.

Ora, è noto che Rondolino individua nella attuale gestione del Pd una sorta di anno zero per la storia della sinistra italiana e per la stessa democrazia italiana. Ma, al di là della comprensibile e del tutto legittima tifoseria, credo che il tema posto da Gianni Cuperlo nel suo breve intervento in Direzione e in altri momenti della vita interna di partito, sia molto semplice: e cioè, come legare la decisione politica ad una necessaria ed indispensabile collegialità. Il tutto senza scomodare le divisioni storiche della sinistra italiana o accampare strane e singolari tesi sulla voglia di colpire o ridurre il ruolo del Pd nell’attuale panorama politico italiano. Questo appartiene alla tifoseria.

Semmai, mi limito a ricordare due aspetti che ritengo decisivi anche e soprattutto per un partito plurale, di massa e popolare come il Pd.

Innanzitutto la natura “plurale” del partito non va soltanto declamata. Va salvaguardata e soprattutto declinata. Renzi lo ha ribadito nella sua replica in Direzione. E su questo versante non possiamo che condividere questo richiamo. Ma la pluralità culturale ed ideale del partito la valorizzi solo se le singole scelte politiche sono anche il frutto di una larga condivisione. E cioè se sono il prodotto di una convinta e praticata collegialità. Su questo si misura la gestione concreta di un partito democratico e di massa come il Pd. E, questa, è anche la strada per praticare la via del “partito comunotà'” e non del “partito personale”, per citare slogan molto cari a sociologi e politologi.

In secondo luogo non credo che ci sia qualcuno nel Pd che pensi che la non decisione sia la prospettiva più credibile per rafforzare e qualificare il progetto complessivo del partito. Questa accusa, sempre che ci sia, appartiene alla propaganda e alla tifoseria ma non risponde alla realtà dei fatti. Semmai, al contrario, si tratta di decidere sapendo coinvolgere realmente il “corpo” del partito. Per far questo servono alcuni ingredienti in chi dirige il partito: leadership, autorevolezza, coraggio e rispetto delle minoranze. Cioè di chi non si limita, a prescindere, sempre e solo ad applaudire. Elementi, sia chiaro, che non mancano sicuramente a Renzi e che, anzi, fanno parte della sua “personalita’ politica”.

Diceva Mino Martinazzoli che, per capire se un partito è realmente democratico, è sufficiente verificare come rispetta le sue minoranze interne. Ora, nessuno pensa che il ruolo di una minoranza – seppur pro tempore – in un partito sia quello di bloccare o rallentare la decisione del partito stesso. Quel che conta, semmai, è saper costruire e “condividere” la decisione del partito. Senza scomodare la “vocazione minoritaria” del partito o individuare nel confronto interno sempre e solo una perdita di tempo.

Ecco perché anche da un vivace, ma leale, confronto interno può rafforzarsi il partito e crescere lo stesso impianto democratico. E, anche se i tifosi o i cortigiani più accaniti possono storcere il naso, si rafforza la stessa unità del partito. Che resta, piaccia o non piaccia, la prospettiva più efficace e piu’ feconda per un grande partito come il Pd.

 

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