Davigo, un triste remake del ’94

Politica e Giustizia
Gherardo Colombo (S), Antonio Di Pietro (C) e Piercamillo Davigo, tre dei magistrati del pool Mani Pulite di Milano, in una immagine del 1993.  ANSA

La litania che vede la giustizia sul fronte del bene e la politica su quello del male non ha fatto bene a nessuno

L’intervista di Davigo a Cazzullo sui politici che “rubano più di prima, ma adesso non si vergognano” suona come un triste remake del 1994. Quando i magistrati incarnavano la virtù e la politica appariva agli italiani – non tutti – come la sentina dei nostri vizi nazionali. Una epopea del bene, incarnato dalle toghe, contro il male annidato nei palazzi del potere. Peccato che quella epopea non ci abbia affatto reso più virtuosi.

Forse si dovrebbe invece riflettere proprio su questo. Sul fatto cioè che questa litania, ripetuta ancora oggi come se niente fosse, non ha sgominato il malaffare, non ha accresciuto la fiducia dei cittadini e col tempo ha perfino scalfito la mitologia di una magistratura redentrice di tutti i nostri più atavici vizi pubblici. Forse basterebbe passare al setaccio l’esperienza politica dei vari Di Pietro, de Magistris e compagnia giudicante per farsene una ragione.

 

 

Conosco moltissimi dirigenti politici per bene. Oggi che non sono tra di loro, che non ho nessun vincolo di complicità, lo posso dire chiaro e forte. Ma il punto non è dare i voti etici a questo o a quello – o magari a tutti loro, facendo d’ogni erba un fascio. Il punto è capire finalmente che non esiste una categoria, un ambiente, una parte che incarna il meglio, e un’altra che invece viene fatta rosolare sul banco degli imputati. Non esiste una diversità antropologica della specie politica. E neppure un cosmico compito salvifico che sia affidato in esclusiva alle toghe.

Distinguere le persone, una ad una, e non generalizzare, sarebbe già un buon modo di uscire dalla difficoltà. Far finta invece di essere ancora fermi al ’94 mi sembra il modo migliore per restarvi impegolati. Magari scendendo qualche gradino ancora più giù.

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