Dario Fo, un uomo libero

Speciale Fo | l'Unità
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Oggi, caro compagno Dario, ti salutiamo per l’ultima volta con affetto immenso e senza posare alcun bollino di proprietà sulla tua tomba, non possiamo e non vogliamo farlo, ma ti porteremo nel cuore e, spero vivamente, nelle nostre opere

Mi invitano a Sky TG24 per parlare di Dario Fo. «Lei lo ha conosciuto bene e qualche volta ha anche lavorato con lui», mi dicono, «ci porti la sua te stimonianza…» . Accetto volentieri, come potrei fare altrimenti? Anche per me, come per molti altri, Dario Fo è stato un amico, un collega, un compagno di strada ma, soprattutto, un grandissimo maestro. Lo conobbi nella mia lontana giovinezza attraverso quello strano film di Carlo Lizzani, Lo svitato, da allora non l’ho più perso di vista e, ogni volta che arrivava alla Pergola di Firenze, facevo una fila di ore fuori per assicurarmi un posto sufficientemente buono in loggione. Erano i tempi di “Chi perde un piede è fortunato in amore” o di “Isab ella, tre caravelle e un cacciaballe” e cose simili. Meravigliose. Fantasia, invenzione, poesia e satira tutte fuse insieme con grande maestria.

E poi lui era anche un compagno. Sì, lo sappiamo, da giovane era stato tra i repubblichini, ma si era ben riscattato, era una cosa che ormai non gli apparteneva più e noi lo seguivamo e lo amavamo tanto. Dentro il teatro, fuori del teatro, nelle piazze e, alcune rare volte, anche in televisione. Inaspettato, imprevedibile, stupefacente, curioso e straordinariamente capace di illuminarci sfuggendo ad ogni dogma.

Per questo non è per ipocrisia se questo nostro giornale dedica alla sua dolorosa scomparsa quattro pagine speciali. È un doveroso gesto di affetto e di riconoscenza che dobbiamo fare ad un grande artista, ad un grande agitatore culturale e politico, che è sempre stato con il cuore affianco degli umili e degli oppressi. Sappiamo bene che negli ultimi anni Dario Fo si è molto allontanato dalla nostra area per avventurarsi sul terreno assai scivoloso del populismo di Grillo. Forse la voglia di ribellismo, un ribellismo a tutto tondo, irriverente e senza limiti, lo ha portato a vedere cuori aperti e generosi laddove, almeno io, non trovo che egoismo e aridità. Eppure alla provocazione, alla critica e allo sberleffo ci aveva ben abituati anche negli anni passati. Però quelle incavature e quelle feroci critiche mescolate nei suoi spettacoli non ci ferivano, tutt’altro, ci facevano ridere e al tempo stesso pensare, pensare molto.

Probabilmente il rapporto tra Dario Fo e il partito non poteva essere che così: troppo anarchico per accettare un compromesso, troppo fantasioso per non vedere oltre la siepe, troppo geniale per non intuire le ipocrisie che qua e là ci accompagnavano, troppo libero per adattarsi, sia pur ad una parvenza, di centralismo democratico. Insomma, un vero compagno di strada geniale che, forse anche involontariamente, con le sue incazzature e con le sue cazzate, ci aiutava a trovare la strada giusta. Credo sinceramente che non avrei mai avuto il coraggio di mettere su un settimanale satirico come Tango, all’interno de l’Unità e con il Pci di Berlinguer, se non mi fossi abbeverato ampiamente alla fonte di Dario Fo. Così come da Gramsci ho imparato che la verità è sempre rivoluzionaria, da lui ho imparato che lo sberleffo è il modo migliore per denunciare l’ipocrisia.

Tutto questo avrei voluto dire a Sky TG24 se, come mi avevano assicurato, fossi stato intervistato su Dario Fo. Invece mi sono trovato con un grillino a cui si chiedeva ansiosamente di mettere un bollino di proprietà sulla figura di Fo. Probabilmente mi sono arrabbiato troppo ma era veramente un’ immagine per me dura da sopportare. È un accostamento che non riesco a fare. Dario Fo è sempre stato l’opposto. Dario Fo è stata una figura luminosa come il sole dell’avvenire, una figura geniale e al tempo stesso solidale, sempre aperta al mondo e, anche nell’indignazione, sempre pronta al sorriso. Oggi, caro compagno Dario, ti salutiamo per l’ultima volta con affetto immenso e senza posare alcun bollino di proprietà sulla tua tomba, non possiamo e non vogliamo farlo, ma ti porteremo nel cuore e, spero vivamente, nelle nostre opere.

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