Dall’incredulità al terrore. Poi prigionieri in casa

Parigi
13112015 - fusillade paris

A cena vicino al Bataclan mentre scoppia l’inferno. Il fuggi fuggi verso la salvezza: l’appartamento di un’amica

Non sono una reporter di guerra, ero semplicemente a cena con i miei amici, e non sapevo di essere a pochi metri dall’orrore. È stato un attimo, e all’improvviso il mio mondo si è come capovolto, la scena è diventata quella del terrore, una paura primitiva mi è piombata addosso e ancora adesso non riesco a credere che tutto questo è accaduto proprio a Parigi.

Parigi è casa mia. È casa nostra. È casa di tutti noi che qui abbiamo vissuto, studiato, lavorato. È la casa accogliente di chi semplicemente è rimasto folgorato da una città meravigliosa dove non c’è niente di più naturale che «se promener» senza meta, con il sorriso stampato perché tutto è bello, curato, elegante, ospitale, luminoso. A Parigi avevo deciso da tempo di passare un fine settimana con le amiche di sempre, approfittando di «Paris Photo» la fiera internazionale di fotografia che è in questi giorni al Grand Palais.

Tutto meraviglioso come sempre ma fino a ieri sera, quando l’incubo è cominciato, e in un attimo ci siamo ritrovati in una guerra, in un inferno. Ero a Rue de Bretagne, nel terzo Arrondissement, a poche centinaia di metri da Place de la République e da Boulevard Voltaire. Uno dei mille deliziosi ristoranti parigini, una rumorosa e tranquilla tavolata di amici. Allegri, ma anche consapevoli dei tempi difficili che attraversiamo. Si chiacchierava ed erano passate da poco le 22, e il discorso – coincidenza terribile e incredibile – si spostava sull’attentato a Charlie Hebdo, la strage con diciassette vittime che ha colpito il mondo intero. Se ne parlava perché la sede del giornale non era lontana, e perché un’amica abita lì vicino. Proprio lei mi raccontava come tutto il quartiere fosse rimasto chiuso per giorni, in preda all’angoscia più profonda, e della figlia di tre anni che non faceva altro che domandarle chi fosse Charlie. Proprio mentre parliamo del panico che ti blocca il respiro di fronte ad una folle sequenza terrorista, squilla il mio cellulare.

Una chiamata dall’Italia: «Dove sei?», mi domandano. «Sono a mangiare un ottimo filet au poivre, perché?». «Perché in alcune zone di Parigi sono esplose delle bombe, ci sono attacchi di terroristi, stanno fucilando delle persone! Torna a casa e non uscire!». Non ci credo. Penso ad uno scherzo brutale e cinico. E invece, in quel preciso istante, inizia anche il nostro inferno che non scorderò mai. Sentiamo le sirene su rue de Bretagne, sulla strada nella notte illuminata dai lampioni stanno sfrecciando i camion dei pompieri, seguiti dalle macchine della polizia, poi dalle ambulanze.

Siamo a poche centinaia di metri dal Bataclan, la bella sala da concerti dove sono stata anch’io molte volte. Usciamo tutti fuori dal ristorante, cerchiamo di capire cosa diavolo sta accadendo, e ci viene incontro un gruppo di persone che sta correndo, anzi sta scappando e non sanno nemmeno dove ma si stanno allontanando dalla zona. È il panico, la paura che ti paralizza. Non so che cosa fare. Nessuno di noi sa cosa sta accadendo. Prendo il telefono e guardo twitter: leggo le prime notizie, e penso subito che in mezzo a quelle impressionanti notizie ci sono proprio io e ci sono le mie amiche. Per caso, non per scelta.

Quello che leggo mi sembra impossibile: uno, due, tre e fino a sei o sette attentati, centinaia di persone in ostaggio, bombe, kamikaze, morti, feriti. Un bollettino di guerra che fino a quel momento era il copyright di un altro mondo. Tutti si alzano dai tavoli e iniziano ad uscire dal ristorante, un signore ci avverte a voce alta: «Rientrate subito a casa, e se siete lontani bussate e andate nelle case qui vicino e non muovetevi da lì fino a domattina». E su twitter leggo il lancio dell’hashtag #porteouverte (porte aperte), chi si trova nei luoghi delle stragi inizia ad offrire riparo ai passanti come noi che vogliono rifugiarsi, che hanno bisogno di rifugiarsi. Noi corriamo a casa della mia amica, è poco distante. Alla fine diventiamo un gruppo di dieci persone, e sono l’unica italiana.

L’atmosfera è surreale, e di paura vera. Metà delle persone che erano con me abita da queste parti, ma hanno paura di affrontare la strada, di tornare a casa perché la città sembra come sospesa, si è come fermata all’improvviso. La polizia sfreccia con le auto sulla strada, e in ogni caso è questo anche un segnale di sollievo, l’unico. Corriamo fino a perdere fiato, ogni metro conquistato sembra un chilometro. Siamo davanti al portone. Apriamo. Saliamo. Accendiamo la televisione e solo ora ci rendiamo davvero conto di cosa sta accadendo nella nostra Parigi. Ascoltiamo appelli a non uscire perché ci sono ancora persone armate in giro per la città, commando di terroristi.

Scorre il tempo insieme alle lacrime, si scarica un po’ di tensione. Intanto continuano ad arrivare messaggi, telefonate. Sentiamo in tivù di un’altra sparatoria a Les Halles, verso Beaubourg, a due passi dall’Hotel de Ville, la sede del Municipio della capitale francese. Un ragazzo, Marc, riceve un messaggio da un amico che si trova in un bar di fronte al Bataclan. Scrive: «Sono bloccato dentro e passerò tutta la notte quì». Il compagno di un’altra ragazza che è con noi, dice di trovarsi a «La belle equipe» che è il bar di rue Charonne, nel cuore del quartiere di Bastille ed è sotto choc perché ha assistito al massacro delle persone che erano sedute fuori dal ristorante.

Racconta che avrebbe voluto sedersi fuori, sui tavolini del bar, anche lui perché è un fumatore, ma i tavoli all’esterno erano occupati e così ha trovato posto solo dentro. Se fosse stato lì fuori, a fumare, sarebbe stato colpito anche lui. Mentre la notte avanza raccontata da un continuo susseguirsi di sms e mail e aggiornamenti, di chiamate di amici che danno notizie, di parenti in ansia. Sembra che ognuno abbia un conoscente o un familiare coinvolto nelle stragi, e che questi attentati abbiano toccato tutti davvero e non soltanto attraverso i media. Comunichiamo con i social e con il cellulare, sempre più ancore per non sentirsi soli e sconvolti, forse perché è l’unico modo per sentirsi utili, perché nessuno di noi sa veramente cosa sta accadendo là fuori, quando finirà, cosa fare o dove andare.

Siamo tutti qui, bloccati in casa, prigionieri in un piccolo ma accogliente appartamento. Proprio qui, a Parigi, nella patria della libertà, nella città dove la gente scende in strada per manifestare, incontrarsi, vivere. È, questo, un attacco vigliacco e bestiale al nostro modo di vivere, alla qualità della nostra civiltà. Il gruppo dei “prigionieri”, anzi oggi posso dirlo, dei “fortunati prigionieri”, di cui faccio parte, è eterogeneo. In parte si è costituito spontaneamente perché nel pomeriggio a casa della mia amica c’era stata una vendita di maglioni e per questo eravamo tutti lì. Ci sono delle madri che hanno figli grandi, e un paio di ragazzi di vent’anni, che sono loro i più ansiosi e spaventati di tutti.

Le madri continuano a chiamare i figli per sapere dove sono, si raccomandano di non uscire dai locali, e i ragazzi chiamano i loro amici per essere rassicurati perché il decimo e l’undicesimo Arrondissement sono quartieri pieni di bar, di locali, e quindi di giovani. Al Bataclan, per il concerto degli «Eagles of Death Metal», sentiamo che c’era il pienone, c’erano 1500 persone, la maggior parte tra i venti e venticinque anni. Hanno colpito proprio loro, sparando a freddo da killer nel mucchio di ragazzi innocenti e pieni di vita, i nostri amici e i nostri figli.

L’ansia sale, sono passate le 2 di mattina e cominciamo a sentire il rombo degli elicotteri sopra di noi. Fa vibrare i vetri delle finestre. Sentiamo in televisione la portavoce della prefettura che parla di almeno quattro sparatorie nella zona est di Parigi. E’ la volta del ristorante «Le petit Cambodge», un indirizzo molto conosciuto da chi ama la cucina asiatica che si trova all’angolo tra rue Bichat e rue Alibert davanti all’ospedale Bichat, nel X Arrondissement. Anche in questo caso vicino alla sede di Charlie Hebdo, dove appena dieci mesi fa un commando ha ucciso anche tanti sogni. Ora tocca tutti noi, il terrore arriva anche attraverso i cellulari, i social, l’immensa ragnatela di comunicazioni personali nella quale siamo avviluppati.

I media francesi insistono sulla scelta dei luoghi colpiti dai terroristi: gli attentati sono stati fatti proprio nella zona di Charlie Hebdo, come a voler dimostrare che non c’è livello di sicurezza che possa proteggere dalla loro furia omicida. Non hanno niente da perdere, sono disposti a tutto. Intanto sullo schermo va ancora in onda il messaggio del Presidente Hollande: è visibilmente emozionato, e se da una parte cerca di rassicurare i suoi concittadini, dall’altra annuncia lo stato d’emergenza su tutto il territorio francese. Si tratta di una misura estrema, presa l’ultima volta nel 2005 in occasione degli scontri nelle banlieus, ma riguardava solo alcune zone della città. Prima di allora, l’ultima dichiarazione dello stato d’urgenza sull’insieme della Francia risale alla guerra d’Algeria nel 1961. Dunque in occasione di una guerra.

Il Presidente Holande annuncia anche la chiusura delle frontiere, delle scuole, delle università, dei musei, molti sono i voli cancellati. Sono le tre di mattina. Decidiamo di provare a dormire, ma nessuno di noi riuscirà a chiudere occhio. Sono assalita dall’angoscia, e il mio unico pensiero è mia figlia. Lei è tranquilla a Roma, ma l’angoscia è un piccolo mostro che ti entra dentro e non ti lascia ragionare, si amplifica, ti invade. Dobbiamo reagire, e reagiremo. Ma un’ombra ci è entrata dentro. La nostra generazione che aveva visto l’orrore solo alla televisione, ora lo ha vissuto sulla sua pelle.

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