Dalle primarie ai nomi: dite la vostra sulla scelta dei prossimi sindaci

Pd
Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ospite al programma televisivo ''In 1/2 ora'', negli studi Rai di via Teulada a Roma, 4 ottobre 2015. ANSA/GIORGIO ONORATI

Milano, Roma, Napoli e non solo. Per il Pd di Renzi le prossime elezioni amministrative rappresentano un banco di prova importante: ecco i nodi da sciogliere, sui quali chiediamo il vostro contributo

Il Partito democratico di Matteo Renzi sarebbe dovuto essere il ‘partito dei sindaci’. Oggi, alla vigilia di una importante – per quantità e qualità dei comuni coinvolti – tornata di elezioni amministrative, proprio la scelta dei candidati a primo cittadino appare uno dei passaggi più delicati per il Pd.

Primarie o scelta di partito? Tecnici, ‘civici’ o politici? Coalizione o vocazione maggioritaria?

Le domande che arrovellano in questa fase i dirigenti dem troveranno quasi certamente risposte diverse di caso in caso. La stessa Maria Elena Boschi, ospite ieri sera di Porta a porta, ha spiegato che bisogna “scegliere a seconda delle situazioni. Le primarie non sono un obbligo: se non c’è una persona forte, allora occorre farle, ma se si trova un accordo su una personalità non c’è bisogno. L’importante è trovare una persona che non solo ami la città ma che la conosca a fondo”. E ha aggiunto che mentre a Roma “probabilmente le faremo”, su Milano si è limitata a un criptico “vedremo…”.

Fin qui, a dire il vero, nulla di nuovo. Lo Statuto del Pd prevede già che “qualora non si svolgano primarie di coalizione, si procede con le primarie di partito, a meno che la decisione di utilizzare un diverso metodo, concordato con la coalizione, per la scelta del candidato comune non sia approvata con il voto favorevole dei tre quinti dei componenti dell’assemblea del livello territoriale corrispondente”. Quindi, basta il 60% dell’assemblea cittadina per avallare una candidatura unitaria.

E qui si apre l’altro interrogativo. Il caso Roma ha dimostrato come non basti una personalità in grado di rispondere alle esigenze elettorali del momento. Per capirci, il rischio di consegnare la Capitale ai Cinquestelle – ammesso che sia concreto – non può spingere alla ricerca di un candidato simil-grillino, che però non conosca a fondo la città e non abbia la forza – politica, perché di questo si parla – di incidere sui malfunzionamenti della macchina comunale e di risolvere più rapidamente ed efficacemente possibile i problemi che più preoccupano i cittadini. Così come a Napoli apparirebbe deludente una risposta ‘restauratrice’ al ‘Masaniello’ de Magistris. A Milano, al contrario, il modello uscente è apparso di successo e qualsiasi risposta alternativa alla capacità inclusiva di Pisapia andrà valutata con attenzione.

Gli elementi da valutare, come si è visto, sono tanti. E ci siamo limitati solo alle tre città più importanti che andranno al voto la prossima primavera. L’ambizione di trovare un modello erga omnes appare quindi frustrante. Eppure il compito di un partito è proprio questo, pur mantenendo la dovuta ‘flessibilità’ nell’applicazione della norma generale.

Per questo, esperienze già sperimentate anche in centri più piccoli, ma anche idee inedite possono aiutare a tracciare la strada più opportuna. Ripetiamo allora le domande: primarie o scelta di partito? Candidati tecnici, ‘civici’ o politici? Coalizione o vocazione maggioritaria? Aspettiamo le vostre risposte.

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