Dalla sfida sull’ambiente dipendono gli equilibri geo-politici

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A group of women walking in Zaatari refugee camp in Jordan. The camp hosts around 85,000 Syrian refugees half of whom are women. Originally the camp was planned to host around 25,000 people, but the dramatic increase in refugee numbers in 2013 and early 2014 forced the camp to expand rapidly, creating an urgent need for more basic infrastructure. Oxfam is leading a master plan for the entire camp’s pipe water system from which 100,000 refugees will benefit. In addition, in 2014 more than 25,000 camp residents benefited from the organization’s integrated programmes in water, sanitation and hygiene.   ANSA/UFFICIO STAMPA OXFAM ++ NO SALES, EDITORIAL USE ONLY ++

Dalle “primavere arabe” alla guerra siriana: le tensioni spesso nascono dalle carestie

Mi trovo a Parigi per partecipare alla XXI Conferenza Onu sui cambiamenti climatici, il cui acronimo è COP21. La coincidenza è molto significativa: proprio dove decine di donne, uomini e giovani sono stati uccisi dal nichilismo fondamentalista, i Grandi della Terra si riuniscono nel tentativo di costruire un mondo sostenibile ed equilibrato per le generazioni future. Pur nelle liturgie imponenti delle istituzioni internazionali, si tratta di una risposta potente tutta orientata alla vita.
Parlando del terrorismo, occorre rifuggire ogni scorciatoia retorica. Da un lato, le responsabilità dell’Occidente non vanno eccessivamente dilatate, come fa chi legge l’odio integralista in quanto reazione alle nostre colpe; dall’altro, non si può immaginare che un fenomeno così terribile sia impermeabile a dinamiche sociali, economiche, politiche di cui tutti siamo parte integrante.
Se assumiamo dunque questa prospettiva, non sarà difficile cogliere nell’ambiente una delle sfide essenziali dei prossimi decenni. Innanzitutto da un punto di vista geo-politico: non dimentichiamo, infatti, che molte delle rivolte scoppiate nel Mediterraneo – ciò che fu chiamato “primavera araba” – ebbero origine in una lunga carestia che colpì l’area tra 2006 e 2009. La stessa guerra siriana fu innescata anche dalla cronica mancanza d’acqua e cibo di quegli anni.
Ma sono moltissimi, in tutto il mondo, i conflitti deflagrati a causa della carenza di risorse dovuta al riscaldamento globale, mentre vaste aree del pianeta rischiano di generare nuove tensioni in seguito a deforestazioni, estrazione incontrollata delle materie prime, riscaldamento climatico, innalzamento del livello dei mari. Stiamo parlando di eventualità molto concrete, persino prossime, cui la comunità internazionale sembra finalmente pronta a reagire.
L’obiettivo che ci si è prefissi è contenere il riscaldamento globale fino a un massimo di due gradi centigradi da qui al 2100. Senza interventi immediati, le stime prevedono un aumento di 4,3 gradi, le cui conseguenze sono difficilmente immaginabili (isole sommerse, tra cui Venezia, parti del mondo desertificate, esodi di massa). Per paradosso i più realisti – in questo scenario – sono stati quei registi di Hollywood che hanno messo in scena simili esiti apocalittici. Mentre un colosso del nostro tempo, papa Francesco, ha dedicato a questo tema l’enciclica “Laudato si’”, un testo dalla profondità straordinaria ma anche di grande concretezza.
Archiviate le prese di posizione strumentali – chi affermava che il problema non sussistesse o non fosse prodotto dall’Uomo – si sono suddivise le misure necessarie in due categorie fondamentali, “mitigazione” e “adattamento”. Alcuni intellettuali hanno osservato che, dal punto di vista semantico, i due termini fanno già riferimento a un destino ineludibile, a una sconfitta cui andiamo incontro. Mi pare invece che un’altra lettura sia possibile. Le due parole rimandano ai concetti di “flessibilità” e “resilienza”, essenziali per raggiungere questo traguardo. Non basteranno soluzioni teoriche, astratte o pre-costituite: servirà una grande alleanza tra nazioni, cittadini, imprese, in parte anticipata dall’esperienza di Expo; servirà quel meccanismo di solidarietà internazionale messo a punto a Copenaghen nel 2009, per cui gli Stati più ricchi si fanno carico della conversione energetica di quelli più poveri; e servirà, soprattutto, essere creativi nel cercare soluzioni. Non a caso, nello schema di COP21 ogni Stato, sviluppato o in via di sviluppo, ha progettato propri specifici target di miglioramento, ed è evidente che questa flessibilità potrà rivelarsi virtuosa solo in presenza di sistemi di valutazione, monitoraggio e controllo che vanno definiti in queste ore.
In un’epoca così difficile per l’Europa, la lotta al cambiamento climatico è un punto di forza per il nostro continente: fin dal protocollo di Kyoto, infatti, l’Ue è stata alla testa di questo processo, centrando nel periodo 2008-2012 tutti gli obiettivi previsti dal trattato con ogni Stato membro. Nel 2013 l’Italia ha ridotto del 6,7% le emissioni di gas serra rispetto all’anno precedente, e rispetto all’anno base 1990, la riduzione è stata del 16,1%, mentre i dati successivi ci confermano il trend positivo. Tutto ciò deve indurci a riflettere sui limiti che l’integrazione europea ha sperimentato in questi anni: quando l’Europa è unita e fa l’Europa, il mondo intero la segue su sentieri virtuosi, come dimostrano anche i tanti progetti della Cooperazione italiana ed europea in questo settore.
Infine, vorrei sottolineare l’importanza di questo tema sotto il profilo morale. Una categoria che nella sfera politica va sempre adoperata con parsimonia e cautela. Di fronte alla minaccia ambientale, tuttavia, vale la pena ricordare la massima del filosofo tedesco Hans Jonas, autore de “Il Principio Responsabilità”: “Agisci in modo tale che gli effetti della tua azione siano compatibili con la continuazione di una vita autenticamente umana”. È cioè compito nostro impegnarci per consentire alle generazioni future di vivere una vita degna di essere vissuta. E questa è la posta in gioco nella Conferenza di Parigi.

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