Dalla Cgil un campanello d’allarme per tutti i corpi intermedi

Cgil
Il Segretario Generale della CGIL Susanna Camusso in piazza Santi Apostoli durante la manifestazione nazionale lavoratori edili, Roma, 18 Luglio 2015. ANSA/GIUSEPPE LAMI

La disintermediazione può aiutare a recuperare contatto con la società. Ma serve una riflessione anche sui valori

Se ne parla da anni, negli ambienti accademici da decenni. I corpi intermedi, tradizionalmente intesi, sono in crisi. Una crisi che mette in moto una serie di riflessioni a catena, che mettono in discussione addirittura la madre di tutti i concetti, ovvero la democrazia rappresentativa. E da queste riflessioni negli ultimi anni ci siamo detti un po’ di tutto, che la soluzione sarebbe stata la democrazia deliberativa e/o partecipativa, fino ad ipotizzare quella diretta attraverso l’uso delle tecnologie digitali. E ne parlo con concezione di causa, in quanto mi trastullo durante i periodi di ricerca sul rapporto tra democrazia e tecnologia. Ma il punto è un altro.

Oggi Matteo Pucciarelli su Repubblica ha pubblicato dei dati che riguardano la Cgil, in breve si parla di un calo di tesserati e ad oggi, in quanto il tesseramento non è ancora chiuso, si parla di 700mila in meno, un dato parziale che però fa riflettere e va coniugato. Questa flessione delle tessere, per lo più di precari e giovani, non è fisiologica ma strutturale, anche se entro ottobre potrebbero rientrare nei numeri, la questione però resta ed è ben più complessa.

Il calo è strutturale perché ci indica una esigenza di cambiamento non solo organizzativo ma addirittura valoriale, se non propriamente ideologico. E ne parlava già André Gorz nel celebre testo Metamorfosi del lavoro. Critica della ragione economica. Siamo di fronte ad una profonda trasformazione che costringe i corpi intermedi moderni a rivedere le loro forme di rappresentanza sociale e politica. Sia chiaro, è una cosa che non riguarda solo i sindacati, ma anche i partiti e tutte le altre forme di rappresentanza, e certamente non ha come variabile indipendente solo la tecnologia, sarebbe un determinismo troppo rigido. Essa contempla forme aggregative e di partecipazione, di ricomposizione del corpo sociale, di ormai totale chiusura della modernità così come l’abbiamo intesa e spiegata per quasi tutto il ‘900.

Qualcuno negli ultimi anni ha usato la parola “disintermediazione”, facendo riferimento all’uso delle nuove tecnologie circa il rapporto tra la i cittadini e le istituzioni, un termine affascinante, certo, e che contempla appieno il cambiamento e che adatterei anche al sistema sociale e politico. Ma aggiungo, fin quando i cosiddetti corpi intermedi continueranno a perdere la capacità di leggere i bisogni sociali e politici, fin quando non impareranno a leggere la profonda trasformazione valoriale e ideale che sta investendo la società, beh, sarà difficile, se non impossibile, il loro lento e inesorabile declino.

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