D’Alema e il dissenso in materia costituzionale: l’uso postumo del caso Marchesi

Riforme
Assemblea-Costituente

Può esserci nobiltà in chi dissente, ma altrettanta lungimirante visione può trovarsi in chi prevale

Da un Ballarò di fine giugno a tutte le interviste e Feste dell’Unità in cui parla della riforma costituzionale, Massimo D’Alema motiva un concetto giusto – la libertà di coscienza nel voto al referendum costituzionale – con un fatto storico di cui racconta solo il prologo, ma non il finale. Così cambiandone il senso.

Egli ricorda sempre che sull’articolo 7 della Costituzione (“Lo Stato e la Chiesa Cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani…), il deputato comunista e noto professore di letteratura Concetto Marchesi disobbedì al segretario del Pci Togliatti e votò contro. Siccome il Pci era un partito molto disciplinato, dove il voto in dissenso poteva costare parecchio, da lì viene la lezione della libertà di coscienza. Sin qui tutto vero, tranne che non si trattò di un “no” ma di una mancata partecipazione al voto e che secondo alcune ricostruzioni Marchesi ricevette una autorizzazione implicita dal “Migliore”.

L’articolo 7 della Costituzione fu scritto da Giuseppe Dossetti, enorme figura di costituente, fu votato dal Pci e dalla Dc e approvato con 350 voti a favore e 149 contrari. Rappresentò il sigillo politico-costituzionale alla pace religiosa nel nostro Paese.

Chi si oppose allora ne spacciò una interpretazione antiletterale (secondo la quale i Patti Lateranensi del 1929 sarebbero stati “costituzionalizzati”), smentita giuridicamente e storicamente dalla revisione del Concordato nel 1985, avvenuta senza cambiare la Costituzione.

Dossetti e Togliatti reprobi davanti a Marchesi campione della libertà di coscienza? Avevano ragione i primi due, con i sette decimi della Costituente che li seguirono, o Marchesi e le forze “laiche” che votarono contro? In quel contesto storico, penso – e credo lo pensi anche D’Alema – che avessero ragione le più grandi forze popolari e la maggioranza della Costituente, e torto Marchesi. La lezione che traggo è che può esserci nobiltà in chi dissente, ma che altrettanta lungimirante visione può trovarsi in chi prevale, e che vanno rispettate, senza alterarne il significato vero, tutte le posizioni con dignità culturale e politica.

Ma poi Marchesi, che avversò l’articolo 7 della Costituzione in dissenso al Pci, come si espresse nel voto finale sulla Costituzione? D’Alema, virgolettato dal Corriere della Sera, dice: “Votò contro la Costituzione”. Invece non solo votò a favore, ma prima del voto finale si impegnò anche in una attività non ufficiale di revisione letteraria del testo.

E dal comportamento di quel costituente può trarsi una lezione che rende il senso di quell’episodio storico, l’opposto di quanto indicato da D’Alema. Quando si forgia una Costituzione, o quando la si riforma in parti estese e interconnesse, come è accaduto di fare al Parlamento in questa legislatura, il voto finale è sull’insieme, non su un pezzo, che può non piacere, ma non ne annulla il senso complessivo.

Alla Costituente si confrontarono personalità autorevolissime, e le proposte di molti di esse furono sconfitte su snodi rilevantissimi della Carta.

Nel voto finale non prevalse però la somma delle tante sconfitte dei singoli, ma il significato complessivo di quella costruzione. Per quello stile, per quel metodo, abbiamo la Costituzione, altrimenti saremmo ancora allo Statuto Albertino.

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