D’Alema, Cheli, Levi sanno bene che dopo il No non ci sarà nessuna riforma

Il Noista
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Se il popolo boccia la legge Boschi si interrompe il processo riformatore

Ognuno argomenta il suo No al referendum del 4 dicembre come gli pare – ci mancherebbe! –, e tuttavia ci permettiamo, non per partigianeria ma in nome del buonsenso, di promuovere una mozione per mettere definitivamente al bando la tesi secondo cui, il giorno dopo la cancellazione referendaria della riforma, il Parlamento potrà serenamente riunirsi per approvarne rapidamente un’altra.

Non scherziamo: e non prendiamoci in giro.

Il primo a far circolare questa tesi è stato Massimo D’Alema, secondo il quale sarebbe possibile varare “una riforma limitata della Costituzione ma condivisa da un ampio arco di forze politiche. Può essere fatta in sei mesi, bastano tre articoli”.

Ma D’Alema è un politico consumato e un abile tattico, e dunque si sa che le sue parole non significano mai quello che apparentemente dicono.

Stupisce invece che a commettere una tale leggerezza (non vogliamo parlare di imbroglio) siano due persone equilibrate e intellettualmente oneste come Enzo Cheli, costituzionalista di vaglia, e l’ex portavoce di Prodi Ricardo Franco Levi, che sul Corriere di oggi firmano un articolo sfacciatamente intitolato “Dopo il No è possibile una nuova riforma”.

I due non sono del tutto contrari alla riforma Boschi, di cui apprezzano tra le altre cose non soltanto il superamento del bicameralismo paritario, ma anche “la previsione di una corsia preferenziale per i disegni di legge del governo, la revisione del Titolo V, l’abolizione del Cnel e delle Province”.

Tuttavia, obiettano Cheli e Levi, “molti degli strumenti con cui la riforma si propone di raggiungere i suoi obiettivi rischiano di portare ad un apparato istituzionale più complesso e non più semplice”.

E’ un’opinione che, come tale, va rispettata: del resto, nessuno ha mai detto che la riforma appena approvata dal Parlamento sia perfetta – per la buona ragione che non esistono riforme “perfette”.

Ma, per favore, evitiamo di prenderci in giro, e soprattutto di prendere in giro gli elettori. “In caso di vittoria del No – scrivono Cheli e Levi – i punti da tempo maturi nella coscienza del Paese [che sono, più o meno, quelli della riforma Boschi, ndr] potrebbero formare oggetto di un progetto di iniziativa parlamentare da presentare immediatamente dopo il referendum, perseguendo, in uno spirito di riconciliazione, un consenso più ampio tale da permetterne un’approvazione in tempi ristretti, auspicabilmente entro questa legislatura”.

Ma davvero qualcuno pensa che dopo una campagna lacerante come quella che stiamo vivendo ci siano le condizioni, in caso di vittoria del No, per rifare in poco più di un anno ciò che il Parlamento ha appena impiegato due anni a fare, e che negli ultimi trent’anni non si è mai riusciti a fare?

E se lo “spirito di riconciliazione” – che peraltro era alla base della rielezione di Napolitano e del patto del Nazareno, poi stracciato da Berlusconi – s’è trasformato in una specie di guerra civile fredda, perché mai dovrebbe magicamente risorgere dopo la vittoria del No?

Infine, e soprattutto: il voto popolare qualche valore dovrà pur averlo. Se la maggioranza degli elettori boccia una riforma che propone il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, la riforma del Titolo V e l’abolizione di Cnel e Province, come diavolo si può, il giorno dopo, proporre e votare in Parlamento una nuova riforma che propone il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, la riforma del Titolo V e l’abolizione di Cnel e Province?

Se vince il No, caro Cheli e caro Levi, tutto resta così com’è: per questo i riformisti, convinti o meno che siano di questo o quell’aspetto della riforma, votano Sì.

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