Dal “Trivella tua sorella” al “#Ciaone” referendario. Tutta colpa di internet?

Comunicazione
rabbia-pc

Nel tempo di Facebook e Twitter i più importanti temi di dibattito finiscono per essere ostaggio di tifoserie radicalizzate e il dialogo, sempre più spesso, finisce in rissa. Ma è veramente tutta colpa di internet? Ne abbiamo parlato con Sara Bentivegna e Giovanna Cosenza

Il bullismo da tastiera e i cittadini d’assalto. Sono sempre più frequenti i casi in cui temi importanti e centrali per la vita democratica del Paese, diventano ostaggio di tifoserie radicalizzate. Dove non si promuove il confronto e lo scambio di idee, ma si attacca con forza bruta – e spesso volgare – l’avversario.

Trivella tua sorella

L’immagine ideata da un’agenzia di comunicazione che ha fatto molto discutere e dal quale il comitato notriv si è dissociato. Cosa che però non ha impedito che lo slogan #trivellatuasorella diventasse trending topic su twitter anche tra i fautori del sì

I casi, anche recenti, sono infiniti. Basti pensare al dibattito sulle unioni civili, con l’apice toccato durante la prima approvazione della nuova legge in Parlamento, oppure alle recenti tensioni sul referendum per le trivellazioni off shore. Al di là delle ragioni sostenute, spesso il dialogo in rete incontra l’onda di chi contrasta l’opinione altrui con il turpiloquio fine a se stesso. E nessuno ne è esente: personalità pubbliche, come singoli cittadini.

Sara Bentivegna, docente di Comunicazione politica presso la Sapienza di Roma e autrice di numerosi volumi sul rapporto tra web e politica, è convinta che proprio questa caratteristica sia uno degli aspetti più ricorrenti della politica di casa nostra. Una peculiarità, purtroppo, che favorisce “la radicalizzazione dei linguaggi”.

“Il recente referendum sulle trivellazioni, in questo senso, è paradigmatico. – spiega Bentivegna – Da un lato perché per avere visibilità i promotori del Sì hanno inizialmente utilizzato un linguaggio colorito per ricevere spazio e visibilità”. Dall’altro lato, invece, perché si è dovuto fare i conti con l’episodio increscioso del “#Ciaone” del deputato Pd Ernesto Carbone (che via Twitter mandava un ideale “ciaone”, appunto, ai promotori del referendum dopo il mancato raggiungimento del quorum), un esempio – continua Bentivegna – di come anche “senza utilizzare un linguaggio volgare” ci si esprime con “un boomerang”: un linguaggio sbagliato che di ritorno “produce volgarità”.

In tutto questo un ruolo importante viene ricoperto dai media e chi nei media ci lavora. La rete ha aiutato la disintermediazione relegando i giornali e i giornalisti ad un ruolo marginale. Gli operatori dell’informazione, secondo Bentivegna, “non sono più autorizzati e autorevoli nel raccontare le vicende pubbliche, e ciò crea confusione”. Una situazione, spiega, che è favorita anche da un “resa da parte dei giornalisti”, che hanno lasciato al comune cittadino l’onere di “mediare”.

Per Giovanna Cosenza, docente di Semiotica dei nuovi media presso l’Università di Bologna e autrice del blog Dis.Amb.Iguando, bisogna però evitare di fare un errore di valutazione comune: “considerare internet come il male assoluto”. Semplificando ulteriormente: non è il mezzo a creare gli utenti, e tantomeno i cattivi utenti. Secondo Cosenza non ci sono differenze da come ci comportiamo nella vita reale e su internet. Un politico scorbutico lo è in un talk show come on line. Un cittadino volgare e dall’eloquio violento lo può essere al bar, come sulla sua bacheca Facebook. Quello che manca, in Italia, è “un uso consapevole della rete” che non passa per la sua demonizzazione, ma attraverso la conoscenza responsabile dello strumento.

Quindici anni fa chi apriva un account sui progenitori dei social network (le prime chat o il preistorico myspace) si nascondeva dietro ad un nickname e ad un avatar. Costruiva un altro sé, con un nome diverso, un’immagine diversa e, a volte, un comportamento diverso. Oggi la maggioranza dei milioni di utenti che popolano Facebook e Twitter, hanno una presenza riconoscibile on line. Una biografia in chiaro della propria vita pubblica e spesso anche privata. Nonostante questo però, per molti l’approccio alla rete non avviene con quella maturità necessaria ad indicare una cultura digitale consapevole.

Conoscere internet significa anche usarlo in maniera conscia. “Velocità e brevità sono caratteristiche con cui fare i conti” – spiega Cosenza – e con le quali è necessario misurarsi quando si decide di comunicare on line. Eppure questo filtro non sempre viene attivato.

Difficile non ricordare una frase divenuta ormai famosa: i social network “hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli”. L’aveva pronunciata Umberto Eco durante un intervento all’Università di Torino. Fece scalpore e scatenò una serie quasi infinita di commenti, analisi e qualche escandescenza. Sappiamo che quella frase faceva parte di un discorso ben più articolato e per niente superficiale, ma fu comunque criticata per il giudizio, apparentemente sommario, che esprimeva nei confronti di internet e delle sue potenzialità. A distanza di qualche mese da quella frase, il dubbio che “il dramma di Internet” sia quello di “aver promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità” rimane.

In un intervento su “Il Dubbio” di questa settimana, Alberto Abruzzese sottolineava una connessione tra il bullismo verbale e la fine dei vecchi partiti:

“Quanto più sono venuti meno gli stili di educazione civica alla quale per lungo tempo si è conformato il linguaggio politico prima che venisse turbato dall’accesso delle culture antistoriche e antisociali aizzate dalle leghe di Bossi e dall’Italia di Berlusconi, tanto più accade che il bullismo abbia preso la mano dei nuovi venuti.
Appena si è usciti dagli storici recinti della politica e della cultura dei vecchi partiti – una cultura istituzionale e una politica della cosa pubblica che non ha dato grandi prove di se stessa ( e si sa che la sua etichetta nascondeva o travisava i propri reali, effettivi contenuti e strumenti) – i movimenti di opinione come il leghismo, il berlusconismo e il grillismo non sono bastati a tradurre in un linguaggio adeguato la loro oggettiva carica di “rivoluzione di popolo”, cioè aver favorito l’accesso alla politica di strati culturali restati da sempre ai margini della vita nazionale.
Si sono così “bullizzati” tanto i politici in prima linea quanto i nuovi cittadini d’assalto”.

Insomma, sembra proprio che la politica italiana, e con essa il dibattito pubblico che le ruota attorno, debba fare i conti con uno dei suoi vizi peggiori: quello di trasformare ogni tema in uno scontro. Una guerra in cui non esistono sfumature, dove si può essere solo a favore o contro e dove criticare o meno un fatto politico ti inscrive automaticamente in una o in quell’altra squadra. La conseguenza più immediata è che il dialogo tra le controparti si trasforma in un aspro confronto, dove si sgomita per prevalere e per far sentire la propria voce (o la propria rabbia).

Vedi anche

Altri articoli