Dal tramonto all’alba

Politica
Il leader della Lega, Matteo Salvini, durante la presentazione del suo libro "Secondo Matteo" alla Stampa Estera, Roma, 04 maggio 2016. ANSA/ ANGELO CARCONI

Tra tutti i cercatori di liane trumpiane, più in alto di tutti s’è librato con un volteggio degno di un vero trumpezista, il Le Pen che non ce l’ha fatta, il Farage incompiuto. Matteo Salvini

“Ti telefono o no, ti telefono o no, ho il morale in cantina. Mi telefoni o no, mi telefoni o no, chissà chi vincerà”. Cantava Gianna Nannini in Fotoromanza. E chissà quanti, tra i politici italici folgorati sulla via del Rust Belt, stanno attaccati allo smartphone in attesa che quello squillo arrivi. Quelle telefonate, intanto, Trump le ha fatte ai seminatori del moderno discorso populista, a Farage e Le Pen. Sicuramente anche a loro Trump ha guardato mentre costruiva il suo universo comunicativo e la sua bellicosa macchina di consensi. Dal muro con il Messico, al «prima i bianchi americani», passando per le promesse espulsioni di due (massì dai, anche tre) milioni di clandestini, la retorica trumpiana ha ripercorso tutti i topoi dei mercanti delle paure contemporanee.

In Italia no, per ora non ha chiamato nessuno, gettando forse nello sconforto chi avrebbe voluto cavalcare una vittoria tanto fragorosa quanto, sinceramente, inattesa. Eppure non sono mancati gli inni di giubilo di Gasparri, le ricostruzioni apocalittiche di Grillo, che traduce una simile vittoria nella sua ossessione maniacale per il “vaffa”. Solo Berlusconi, in maniera non scontata, è l’unico leader di destra che si è sottratto alla rincorsa della somiglianza, al mantra de «l’avevo sempre detto». Forse perché solo lui, davvero, non ha bisogno di dimostrare quanto sia simile a un magnate dai discussi trascorsi finanziari e dalla turbolenta vita personale, piacione e populista, che scende in politica e nel giro di un anno sale sullo scranno politico più alto del suo paese. Lui davvero no, non ne ha bisogno.

Ovviamente, tra tutti i cercatori di liane trumpiane, più in alto di tutti s’è librato con un volteggio degno di un vero trumpezista, il Le Pen che non ce l’ha fatta, il Farage incompiuto. Salvini. Matteo Salvini. L’uomo che incontrò, felice, il dittatore della Corea del Nord, che loda la sagacia di Putin, che fa intonare ai suoi deputati alla Camera il simpatico coretto «Orban, Orban». Il leader che si imbucò nella convention di Trump per farsi incoronare e che se ne tornò a casa con un «Salvini chi?». Ecco, quel Matteo Salvini, che con sprezzo del pericolo se la prende solo con i debolissimi, che si intesta la reazione del «popolo che è stanco», si offre come leader della destra più destra.

Anche se nel giorno in cui lo fa, nella piazza del No al referendum, non riesce neppure a trattenere la frana che travolge il «suo» Bitonci a Padova. A costoro forse non viene in mente che la carezza di Trump ai più feroci detrattori dell’Unione europea serve a indebolire non solo la coesione continentale, ma anche a mettere in mora i nostri interessi legittimi. Sia in campo economico che in quello valoriale. Del resto il programma del presidente Usa prevede di far accrescere il potere economico del suo paese a danno di qualcun altro.

Vorrei far notare sommessamente ai grilli saltanti, ai trumpezisti sorridenti, che quel qualcun altro non sono solo i tanto disprezzati migranti, ma siamo noi. Noi europei, con le nostre divisioni, le nostre fragilità, i nostri sensi di colpa e, oggi, anche con i nostri populisti masochisti. Ma noi, che siamo cittadini europei con il passaporto italiano e l’identità di uomini e donne progressisti, non possiamo rinunciare a conquistare il nostro futuro.

Per questo, nel rispetto della funzione istituzionale e di tutto ciò che diplomaticamente è necessario fare in un mondo sempre più interconnesso, non diamola vinta a chi si inchina al tramonto dei valori di progresso. Possiamo fare la nostra parte, per non farci sommergere dall’onda che va da Brexit a Trump qui, nel nostro paese. Non rinunciamo a farlo.

 

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