Dal serpentone “rainbow” di Roma alla strage di Orlando: chi soffia sull’omofobia

Diritti
epa05360881 A couple shares a kiss as they embrace each other under a pride flag while residents of San Francisco and the Bay Area gather to mourn, honor, and remember the victims of a mass shooting at a LGBT nightclub in Orlando, Florida, at Harvey Milk Plaza in the Castro District neighborhood in San Francisco, California, USA, 12 June 2016. At least 50 people were killed and 53 were injured in a shooting attack at an LGBT club in Orlando, Florida, in the early hours of 12 June. The shooter, Omar Mateen, 29, a US citizen of Afghan descent, was killed in an exchange of fire with the police after taking hostages at the club.  EPA/JOHN G. MABANGLO

Il Pride di Roma ci dice che la serenità comincia a essere a portata di mano. Una serenità che, però, può essere spazzata via in un istante se gay e lesbiche, come a Orlando, restano i bersagli di sempre

Mentre canti e balli ti possono uccidere. A Orlando, in California, nel locale frequentato da persone omosessuali la morte è arrivata in una nottata di divertimenti. A imbracciare le armi, a portare un ordigno, un killer che spara sulla folla. Una folla di gente che non sta facendo nulla se non riunirsi come accade il sabato sera quasi in ogni angolo del mondo. Strage omofobica? Il movente è l’odio contro i gay, dice il padre del killer.

Nell’America che conosce l’intolleranza e pare apprezzarla, visto il consenso riscosso da Donald Trump, l’omicida ha preso di mira proprio gay e lesbiche. Trump, più friendly in passato, in questa campagna ha dichiarato che se verrà eletto annullerà il decreto della Corte suprema per ripristinare come unico matrimonio quello tra un uomo e una donna. Come al solito, gay e lesbiche possono diventare bersagli molto facili nel corso delle campagne elettorali.

Nelle stesse ore si cantava e si ballava per le vie di Roma. Cantare e ballare per strada sapendo che alcuni dei diritti tanto attesi per anni ora sono assicurati dalle unioni civili ha fatto la differenza. Sabato pomeriggio Roma è stata solcata da un corteo molto più corposo di quello dello scorso anno. Un fiume di gente che sfilava non a dispetto della totale mancanza di riconoscimento, ma sapendo di avere dalla propria finalmente una legge che offre garanzie alla serenità della vita familiare. Se gli altri anni il serpentone gayo era gioioso a dispetto di tutto, adesso la gioia è venuta spontanea.

Lungo il percorso il ricorso agli slogan è stato minore, mentre tantissime persone, con addobbi rainbow che andavano dalle coccarde di fiori arcobaleno, alle bandierine, alle bandane per cani, recavano le scritte: futura sposa, futuro sposo. Delizioso, in particolare, un gruppetto di donne armate di desiderio di nozze ma anche di ironia, tant’è che brandivano piccoli piumini da spolvero con i colori dell’arcobaleno. Forse il movimento comincia anche a ironizzare sulla grande voglia di matrimonio. Per anni gay e lesbiche sembravano essere pazzi per le nozze, vogliosi di “normalizzazione”.

«A volersi sposare, mentre il tasso delle separazioni lievita, restano solo i gay», si diceva. Il fatto è che il matrimonio tanto negato è diventato la meta per eccellenza su cui puntare. Chiaro: la vera conquista non è sposarsi per forza, né tanto meno per la forza dell’emulazione, ma è l’assoluta parità tra i cittadini che permette a ciascuno di scegliere. La gioia, sabato a Roma, era contagiosa, densissima la presenza di giovanissime, quasi più dei ragazzi, cosa che in genere non avviene perché le ragazze tendono a scontare il doppio pregiudizio dell’essere lesbica e dell’essere “femmina”.

Chissà se anche questo è un effetto della legge. Mentre sfilavo anche io, nel pezzetto che dal Colosseo arrivava a piazza Venezia, venivo colpita dai tantissimi volti di ragazze adolescenti. E mi chiedevo se partecipassero con il placet di padri e madri, visto che la legge sulle unioni civili rende meno temibile l’omosessualità anche per i genitori. Quella di sabato, in fondo, è stata la continuazione della festa per le unioni che ad approvazione avvenuta abbiamo celebrato nella gay street insieme ai tanti politici protagonisti. E se allora c’era anche un senso di incredulità, ieri a un mese e più, tutto sembrava più vero.

Gli obiettivi restano alti e lo slogan del Pride “chi non si accontenta, lotta” ne ha dato il senso: completa parità, accesso alle adozioni per tutti, inclusi i single, legge contro l’omofobia. E, mentre consigliamo ai responsabili di alcune associazioni di rinnovarsi, svecchiando un lessico che appartiene al passato, sottolineiamo il cambiamento: sabato è stato chiaro a molti che l’Italia della pienezza dei diritti civili non è più un’utopia. Che la serenità comincia a essere a portata di mano. Una serenità che, però, può essere spazzata via in un istante se gay e lesbiche, come a Orlando, restano i bersagli di sempre.

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