Dal PIL al benessere, la svolta del “BES”

Economia
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Pubblicato il rapporto “BES 2015”, nuovo indicatore per misurare la “qualità della vita” e il benessere delle comunità

L’Italia riparte. Sebbene rimangano ancora luci e ombre, il Paese si indirizza lungo la via di una ripresa non solo economica, ma anche della fiducia, delle relazioni sociali, della sicurezza: del benessere dei cittadini in senso lato. Si inverte in tanti settori una tendenza al peggioramento che va avanti dall’inizio della crisi: la buona notizia è che la caduta degli indicatori si è arrestata e il Paese si è rimesso in moto, sotto tutti i punti di vista.

E’ uscito ieri il rapporto “BES 2015”, un lavoro che per il terzo anno di fila vede impegnata l’ISTAT nell’analisi delle varie dimensioni che qualificano, secondo questo nuovo indicatore, il benessere dei cittadini. Le notizie per il Paese, basandosi sui dati del monitoraggio, sono abbastanza positive, sebbene in tanti settori il trend sia da da consolidare e migliorare, specie per quello che riguarda le disuguaglianze e il Mezzogiorno.

Ancora un indicatore svolta in positivo, dopo quelli sul PIL, sulla fiducia, sull’occupazione, sui consumi. Un indicatore però diverso dagli altri questo, forse il più completo e utile per offrire una misura della qualità delle politiche messe in atto e dei loro riflessi sulla vita dei cittadini.

Ma di cosa parliamo, e cosa misura il BES in dettaglio? Partiamo dall’acronimo BES: Benessere Equo e Sostenibile. Il BES è nuovo indicatore, sviluppato in Italia, a partire dal 2010, da ISTAT e CNEL ed è uno strumento che misura la “qualità della vita” e si propone di essere uno dei nuovi indicatori di riferimento per la misurazione del benessere delle comunità.

Oltre il PIL, che da anni è al centro di dure critiche a causa dei suoi limiti, tra cui quello, descritto benissimo in un famoso discorso di Bob Kennedy, di “misurare tutto, tranne ciò che rende la nostra vita veramente degna di essere vissuta”.

A quelle parole di denuncia è seguito un dibattito spesso solo filosofico, che non aveva l’ambizione e neanche gli strumenti statistici per costruire indicatori alternativi ma, recentemente, dagli anni ’90 circa, si è avviato un grande movimento che ha visto attive le Nazioni Unite, l’OCSE, esperti, istituti, premi Nobel e associazioni nella costruzione di indicatori alternativi al PIL, riconoscendo quanto la sola dimensione economica non era sufficiente a darci informazioni sul benessere delle persone.

Il superamento del PIL è, di recente, entrato anche a far parte degli obiettivi dell’UE, sintetizzato nell’espressione “beyond PIB” e, ormai, è un tema su cui settori sempre più importami di opinione pubblica si mostrano sensibili.

Il BES è uno degli indicatori più evoluti e completi sviluppati finora, tanto per la moltitudine di fattori che prende in considerazione, quanto per il processo partecipativo che ha portato alla sua costruzione.

Il nome già individua le tre dimensioni fondamentali: il benessere economico, la sostenibilità dello sviluppo e l’equità nella distribuzione. All’interno di questo quadro, grazie alla partecipazione dei cittadini, degli esperti e della società civile organizzata, sono stati individuati 12 domini fondamentali, dall’istruzione alle relazioni sociali, dal benessere economico al lavoro e alla conciliazione dei tempi di vita e lavoro, dalla qualità dei servizi all’ambiente e al paesaggio, da tenere sotto osservazione grazie a 130 indicatori per avere un quadro completo degli effetti delle politiche pubbliche ed allargare il nostro punto di vista sul mondo oltre una dimensione semplicemente economica.

Il rapporto presentato quest’anno è il terzo, e ci offre uno spunto per monitorare i risultati delle politiche pubbliche messe in campo in questi anni, gli effetti della crisi, le strade intraprese per uscirne, fornendoci alcuni dati interessanti ma soprattutto, proprio nei giorni in cui si svolge la COP21, portando alla ribalta uno strumento importante per un nuovo approccio alla politica e all’economia.

La lotta alle disuguaglianze e alla povertà, e quella ai cambiamenti climatici, sono due tra gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile che i Paesi hanno siglato all’ONU, una strada che traccia la via verso un nuovo approccio al governo delle comunità e allo sviluppo, basata su una nuova ecologia e un umanesimo da ricostruire, come ha sottolineato di recente anche Papa Francesco.

La politica, presa come è dal governo di una società complessa in cui i problemi del quotidiano sembrano assorbire la gran parte delle nostre energie, deve cercare di recuperare un orizzonte più largo e ricostruire le ragioni di un impegno, a sinistra, che non può limitarsi ad una ricorsa a qualche punto in più di PIL, mettendo in crisi equilibri ambientali e sociali. Per noi oggi la sfida è ridefinire un orizzonte per le politiche che abbia come riferimenti i tre vertici del triangolo del BES, benessere, equità e sostenibilità: per costruire il benessere dei cittadini occorre guardare oltre la sola economia, e tenere di conto anche gli altri fattori che lo determinano.

Orientare le politiche pubbliche secondo nuovi indicatori sarebbe un’innovazione straordinaria nella cultura politica, perché, come ha spiegato bene anche Sen, discutere di indicatori significa ragionare dei fini ultimi di una società. E oggi che stiamo uscendo dalla crisi economica, ma siamo ancora immersi in quelle ecologica e sociale, questa deve essere la nostra ambizione.

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